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Associazione professionale riconosciuta dal Ministero dello lo Sviluppo Economico
quale organo di riferimento per il cittadino secondo quanto disciplinato dalla legge 4/2013.
L’associazione rientra fra quelle che rilasciano l'attestato di qualità dei servizi e invita i propri soci ad utilizzare in tal modo il riferimento all’iscrizione.





COMUNICAZIONI
PER TUTTI GLI ASSOCIATI
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Il giorno 5 febbraio 2019 è indetta una
Assemblea
Ordinaria dei Soci


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Con il patrocinio

del Ministero degli Affari Esteri



Giuseppe Verdi
nel mondo



L’Unione Europea Esperti d’Arte, in collaborazione con l’Accademia Nazionale d’Arte Antica e Moderna,
sta presentando in tour mondiale una mostra antologica di antiche partiture originali di Giuseppe Verdi in occasione
del Bicentenario della Nascita del Maestro.
Nella foto: Inaugurazione della mostra a Muscat (Oman) alla presenza del nostro presidente Stefano Liberati, dell’Ambasciatore italiano in Oman Paola Amadei e di Nasser Hamed Al Taee, Advisor to the Board of Directors del Royal Opera House.
Le sedi fino ad oggi che hanno accolto la mostra sono:
San Paolo (Brasile) Teatro Municipal
Bahia Blanca (Argentina) Sede consolare
Lima (Perù) Galleria Mario Sironi - Istituto Italiano di Cultura
Città del Messico (Messico) Palacio de Bellas Artes
Tirana (Albania) Teatro dell'Opera e del Balletto
Addis Ababa (Etiopia) Yared School of Music  
Muscat (Oman) Royal Opera House
Manila (Filippine) Yucengco Museum  
Tallin (Estonia) Ambasciata italiana
Koper (Slovenia) Pokrajinski Muzej
Montreal (Canada) Istituto italiano di Cultura
Canton (Cina) Opera House
Pechino (Cina) Teatro Nazionale
L’Avana (Cuba) Convento di San Francesco




Pubblicazione realizzata con il contributo del MiBAC, direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e
il Diritto d'Autore
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DARIO F. MARLETTO
Foderatura a colla di pasta fredda
Nardini Editore , Firenze

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grafica cinese
LA GRAFICA CINESE
a cura di Stefano Liberati.
Palombi Editori.


Con il patrocinio
dell'Uffico Culturale della Repubblica Popolare Cinese in Italia
e la collaborazione de
I Mercanti dell’Arte
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orlando furioso

di prossima pubblicazione
LE EDIZIONI ILLUSTRATE DELL'ORLANDO FURIOSO

a cura di :
STEFANO LIBERATI
E
ANNA MARIA VOLTAN
con la consulenza bibliografica di
BARBARA JATTA


Pubblicazione realizzata con il contributo del
MINISTERO per i BENI
e le ATTIVITA' CULTURALI Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Direzione Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali
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Mostra

Naturalismo astratto
e cromie dello spirito

MOSTRA ANTOLOGICA DI DIPINTI DI

LILA LUNGULESCU


a cura di

Matteo Maglia




3 - 16 novembre 2019
Galleria d’arte Gutenberg al Colosseo
Roma - Via di San Giovanni in Laterano, 112


Chi osserva le opere di Lila Lungulescu, avverte subito una straordinaria passione che promana dalle forme e dalla timbrica dei colori.
Si percepisce infatti la vocazione dell’Artista a rappresentare, con intensa partecipazione emozionale, ciò che non si vede in natura ma di cui l’anima è consapevole.
La scelta di affrontare la dimensione astratta, senza tuttavia abbandonare l’impronta figurativa, è coraggiosa e la dice lunga sulla ricchezza delle potenzialità espressive dello spirito della Lungulescu.
Il transito dalla figurazione all’abbandono della forma, è spesso dettato proprio da urgenze spirituali, che imperiosamente prevalgono sulle ragioni della semiologia, e che esprimono la propria essenza nelle vibranti cromie dei ritratti, così intensamente espressivi.
Così accade in Nostalgia, o in Ely, ove gli sguardi trasognati paiono essere immersi nel ricordo di aurore boreali, o di cieli notturni limpidi e stellati, in cui la natura si presenta col suo carico di bellezza ineffabile e la luce promana da ogni dove.
Sorge infatti la luce sia dalla Via Lattea, garbatamente citata nel mezzo della materia azzurra, sia dal sottostante calore prorompente del vulcano in piena attività, a ricordarci che ciò che sta sotto, nelle viscere della terra, è lo stesso fuoco che sta sopra.
Così le energie ctonie, irrefrenabili nella loro spinta vitalistica - proprio come il piccolo sole che arde senza sosta nel cuore del cuore della terra e donde esse provengono - fecondano l’universo intorno, con la stessa forza che, nell’era di Planck, accese la luce della vita.
Lila Lungulescu è artista colta e raffinata, che ha ben presente la lezione sia dei maestri del Rinascimento europeo sia delle Avanguardie storiche, che appaiono in filigrana nelle sue fonti di ispirazione.
La sua pennellata è versatile e duttile e rilascia abbondante materia, in ispecie quando ci racconta la vita organica, come nei Tulipani bianchi, ove il dischiudersi dei petali è rinforzato nel chiaroscuro dalla corposa, luminosa e numinosa matericità del colore.
E’ questo lo spazialismo che ci piace e che restituisce a ciascuna pennellata il senso serissimo e giocoso ad un tempo della vita, come nel Divertissement del simpatico e variopinto cammello, sorpreso dalla creatività dell’Artista nell’atto di sorbire un fresco tropical.

Matteo Maglia

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Mostra

Novecento a Napoli

a cura di

Saverio Ammendola
Paolo La Motta
Isabella Valente


5 febbraio-10 marzo 2019
PAN | Palazzo delle Arti di Napoli


Il Novecento a Napoli. Capolavori di pittura e scultura è una selezione di opere di Crisconio, Viti, Villani, Brancaccio, Notte, Ciardo, Giarrizzo, Striccoli, Chiancone, Capaldo, Bresciani, Tamburrini, Fabbricatore, Guido Casciaro, Girosi, Verdecchia, Cajati, Lippi, Vittorio, Waschimps. Negli ultimi anni sono tante le mostre dedicate al Novecento italiano, gli studi critici più attenti risalgono alla fine degli anni Settanta, da allora, una riscoperta anche delle arti cosiddette minori ha dato una notevole spinta finanche al mercato. Ahimè però, tutto ciò succedeva da Roma in su, per Napoli e il Meridione, tranne qualche sporadico episodio, abbiamo dovuto aspettare il 2001, con l’interessante mostra Gli anni difficili, curata da Mariantonietta Picone Petrusa. Insieme ai nomi illustri si aggiungeva qualche novità, ripescando qualche artista ancora in ombra. In questi ultimi anni è arrivato più di un segnale positivo, una importante mostra sulla scultura Il Bello o il Vero curata da Isabella Valente, ha dato la possibilità a studiosi e collezionisti di riscoprire autori straordinari della scultura meridionale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio Novecento, nomi come Cifariello, Tizzano, Francesco Parente, Uccella, De Martino, De Val, finalmente inquadrati storicamente con opere rappresentative. Ma l’altro evento di vitale importanza per la nostra città, è la nuova sistemazione della sala del Novecento al Museo Civico di Castel Nuovo, tutte opere di proprietà del Comune di Napoli strappate dalle pareti dei sonnolenti e angusti uffici comunali. La collezione si è arricchita di importanti donazioni da parte degli eredi Renda, Gatto e Chiancone, Attesa e significativa la donazione da parte degli eredi di Giovanni Tizzano.Se questa è la situazione museale, diversa negli anni è stata la posizione delle gallerie rimaste aperte nel territorio come Mediterranea di Saverio Ammendola e la Galleria Salvatore Serio non senza difficoltà, occupandosi del migliore novecento napoletano. Dunque oggi con questa mostra, si vuole sottolineare l’impegno e la sua ricerca, dando un particolare spazio alla scultura, con il tentativo di suggerire spunti e creando stimoli per una ricerca più approfondita. Volutamente si analizzano gli anni che vanno dal Trenta alla fine degli anni settanta, mettendo insieme quegli artisti che aderirono idealmente e formalmente ai modi di “Novecento”, come Girosi, Striccoli, Brancaccio e Notte e a quelli che in qualche modo vi reagirono superandolo, come Crisconio, fino alle ricerche informali di un Cajati o al limite verso l’astrazione Waschimps, per arrivare alle anticipazioni della Transavanguardia di un Lippi o di un Perez.La mostra dunque non vuole essere esaustiva nella scelta degli artisti, ma particolarmente pertinente per la scelta delle opere. Un esempio è Elisa al balcone di Luigi Crisconio, esposta nella mostra del ’64 alla Promotrice Salvator Rosa ed anche pubblicata nel volume storico di Paolo Ricci Arte e Artisti a Napoli, la ringhiera che vediamo nel dipinto riecheggia da Goya a Manet e la straordinaria invenzione dell’inquadratura dal basso ci riporta a Mantegna o Masaccio, mentre il volto tormentato frutto della pennellata nervosa e drammatica, ci ricorda il miglior Pirandello, Dopo il bagno di Giovanni Brancaccio presente oltre che alla Biennale di Venezia anche al Mostra Carnegie Institute, PittsburghUna vera anticipazione del lavoro che verrà di un Lippi, un Cajati o un Waschimps. Di Viti è presente Il libro bianco e il Beoneche fu esposto anche in Anni difficili. Altra opera significativa è Bagnanti di Giovanni Brancaccio, esposta alla IV Quadriennale di Roma: la eccezionale sapienza compositiva e tonale, è sottolineata dal raffinato impasto di grigi argentei, memori del grande El Greco. Della VII Quadriennale di Roma, invece è Paesaggio dopo la pioggia di Capaldo; ancora in esposizione presente è Colloqui di Carlo Striccoli,opera del mentre di Verdecchia il dipinto al Balcone opera esposta alla Biennale di Venezia del 1936, di Chiancone è presente con il dipinto Figure, pubblicato nella monografia del pittore, curata da Carlo Munari nel ’79. In mostra vedremo Lippi l’Uomo e l’uccello esposta nella celebre mostra al Castel dell’Ovo del 2004, curata da Vitaliano Corbi.
Una mostra che idealmente chiude con il finire della metà del secolo, con opere degli anni novanta, consapevole che il nuovo millennio che stiamo vivendo è ancora memore di un linguaggio che sa essere attuale ma che ancora ci riserva sorprese, soprattutto per quegli artisti che troppo presto in questa città vengono dimenticati, questo è il caso di Enrico Cajati, artista recentemente scomparso, sul quale si invita il pubblico e gli studiosi a meditare e a rivalutare la sua singolare e attraente figura d’artista. La mostra è a cura di Saverio Ammendola, Paolo La Motta e Isabella Valente, con la collaborazione di Luciano Molino, promossa dalla Mediterranea e dalla La Fenicecon il Patrocinio del Comune di Napoli – Assessorato alla Cultura, Napoli con il patrocinio dell’Accademia Nazionale d’Arte Antica e Moderna e dell’Unione Europea Esperti d’Arte.

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Mostra

MODERN | POST-MODERN
‘Designing a new world’

[hellheaven] art gallery
dal 9 marzo al 9 aprile 2019


via Giulia 103a. ROMA



La mostra propone una piccola ma curatissima selezione di opere che illustrano la condizione dell’uomo contemporaneo attraverso una panoramica storica che abbraccia l’intero Novecento tra modernismo e post-modernità, tra provocazione e tradizione.
Dalle avanguardie storiche più radicali alla crisi della forma nel secondo dopoguerra, fino alla defigurazione espressionista come paradigma della crisi nella società odierna, un viaggio alla scoperta della nostra identità, risalendo la corrente fino al momento in cui – come scrisse nel 1910 Virginia Woolf a proposito dell’effetto sconvolgente delle mostre postimpressioniste - «la natura umana cambiò».

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Pubblicazione

Capolavori d'Arte
nei Conventi
dei Frati Minori
di Calabria

di

Giuseppe Giglio





Nel corso dell’udienza generale del 6 marzo
il volume è stato consegnato al Santo Padre.
(Si ringrazia Vatican Media)

Stato degli studi, temi e obiettivi della ricerca

Questo volume si propone di fornire un contributo alla conoscenza della produzione artistica realizzata per i Conventi dei Minori di Calabria tra il 1300 e il 1800.
La Calabria e sempre stata tragicamente segnata da rovinosi sismi, di cui gli ultimi quello del 1783 e del 1908 e dai disastrosi bombardamenti alleati del 1943, e in seguito ancora mortificata dall’incuria e dall’indifferenza umana.
Il volume tratta lo studio dei capolavori custoditi nei conventi dei Frati Minori di Calabria.
Al fine di assicurare un panorama il più esaustivo possibile, si è scelto di prendere in esame manufatti databili tra la fine del trecento e gli ultimi anni Dell’ottocento: si è pertanto proceduto all’analisi e allo studio delle opere ritenute più importanti, mantenendo il territorio cosentino quale punto di partenza e nel contempo attuando, di volta in volta, una comparazione con il coevo scenario artistico del resto della regione.
L’esame dei linguaggi di queste opere ha permesso di individuare alcuni tratti comuni nel gusto dei committenti e una linea di sviluppo nelle testimonianze figurative pervenute, questo, ci ha permesso, di esaminare, i contesti storico-figurativi dei conventi dei Minori di Calabria, e di istituire attraverso questi, confronti diretti con l’ambiente Calabrese, i Conventi studiati sono: Cosenza, Rende,Bisignano,Terranova di Sibari, San Marco Argentano, Pietrafitta, Catanzaro, Mesoraca, Cutro, Petilia Policastro, Badolato, Stalletti, Reggio Calabria.
Le laboriose botteghe impiantate nella regione e il suoi più limitrofi distretti dove i Frati Minori si sono lungamente e proficuamente approvvigionati, a partire dal XIV secolo, hanno restituito splendidi capolavori d’arte, che hanno evidenziato la singolare, e per certi aspetti, unica, prossimità storica, sociale ed economica di tutto il territorio calabrese, in particolare dell’attuale provincia di Cosenza, territorio, che ha reso inevitabile, (al fine di rendere il più possibile organica l’indagine),la perlustrazione e lo studio di questo contesto, legato profondamentea immemorabilivicende dell’’antica “Calabria
Ulteriore” e che conservaancora oggi, a dispetto dei ripetuti eventi tellurici abbattutisi corso dei secoli, e gli effetti, forse più dannosi, della negligenza e della miopia umana, uno straordinario corpus artistico intimamente connesso alle dinamiche del mercato e della committenza locale.
Come ’è emerso (grazie anche agli studi degli ultimi anni, nel contesto della cultura figurativa dell’età moderna), la riconosciuta peculiarità che è quella di aver trovato nelle prolifiche officine regionali la risposta ad una storica, e cronica, mancanza di risorse endogene.

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Mostra

Olympia e le Muse

a cura di

Stefano Liberati
Stefania Minutaglio


3-24 novembre 2018
[HellHeaven] ART GALLERY
ROMA - via dei Coronari 111
inaugurazione ore 19.00



Potrebbe sembrare un controsenso parlare di impressionisti e incisione. L’inconciliabilità precostituita tra l’ideale pittorico impressionista e i processi di stampa è però stata smentita dai fatti.
Il colore, la luce, l’eliminazione della linea, punti di partenza dell’Impressionismo, trovano una nuova vita della sperimentazione delle tecniche incisorie.
Gli impressionisti, a cominciare da Manet e Pissarro, si appassionarono alle tecniche e ai procedimenti di stampa, come anche alla fotografia che in quel periodo aveva come personaggio trainante Nadar, grande amico e benefattore dei pittori impressionisti. Ma anche il dottor Gachet, pittore e incisore dilettante, medico di fiducia di molti artisti, ha avuto una parte determinante nella produzione delle incisioni impressioniste. Nella sua casa ad Auvers-sur-Oise aveva allestito un moderno laboratorio dove accoglieva chiunque volesse sperimentare le tecniche incisorie.
Furono soprattutto Daubigny, Bracquemond, Jongkind e Delatre che spronarono gli altri artisti ad entrare nel mondo “sconosciuto” della stampa d’arte. Imponente è stata l’opera grafica di Pissarro con oltre 200 incisioni e stupenda quella di Manet, maestro dell’acquaforte. Per loro l’incisione non rappresentava la parente povera della pittura, ma solo un mezzo tecnico per fare nuove esperienze artistiche, sconvolgendo le tradizionali tecniche, inventando e interpretando con il genio che li contraddistinse: un nuovo modo di fare arte.
Convenzionalmente l’inizio dell’Arte Moderna nasce da qui. Da quando, nel 1853, Camille Corot realizzò le prime opere d’arte utilizzando i procedimenti fotografici, attraverso la tecnica incisoria chiamata Cliché Verre. I vetri di Corot furono ritrovati solo nel 1920 e rappresentano un’eccezionale testimonianza di come l’arte possa raggiungere alti livelli anche attraverso mezzi tecnici.
Nella mostra sono state raccolte una trentina di rare opere grafiche impressioniste e post-impressioniste di Manet, Renoir, Sisley, Bracquemond, Morisot, Pissarro e molti altri artisti che utilizzarono l’incisione e la litografia come espressione artistica autonoma e originale.

SCARICA IL COMUNICATO STAMPA IN PDF

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Presentazione del volume

IL GIORNALISMO
MUSICALE NELL'ITALIA
DEL XIX SECOLO

di Loretta Eller




Il tema proposto in questo volume vuole colmare una lacuna nel campo della storia del giornalismo musicale in Italia.
Mentre vi sono testi che approfondiscono la critica musicale, tema che non viene trattato in questo saggio, sono rari e abbastanza superficiali i pochi testi ad oggi pubblicati sulla nascita e l’evoluzione del giornalismo musicale in Italia.
La storia di quale sia la genesi di un “genere” giornalistico che fino all’inizio dell’Ottocento era praticamente sconosciuto, non era mai stata ancora affrontata.
Soprattutto non era mai stato pubblicato un volume monografico sulle testate giornalistiche ottocentesche italiane.
Per questo motivo la ricerca di Loretta Eller ha seguito un lungo iter per il reperimento di testate giornalistiche musicali estremamente rare, poiché presenti solo in poche biblioteche ed emeroteche in Italia.
Di molti giornali illustrati nel volume si era persa la memoria.
Sono stati fortunosamente recuperati, soprattutto da collezionisti privati, molti esemplari ottocenteschi di giornali musicali, dei quali non vi è menzione in alcuna bibliografia e che vengono pubblicati per la prima volta nella ricca iconografia del volume.

SCARICA L'INVITO IN PDF

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SHUNGA-E

Immagini di primavera


L’eros del mondo fluttuante

Le stampe chiamate shunga sono xilografie giapponesi dal contenuto esplicitamente erotico, concepite secondo lo stile della scuola ukiyo-e, prodotte principalmente durante il periodo Edo (antico nome dell’odierna Tôkyô, 1603-1868), entrate a far parte della vita e della cultura giapponese in maniera sorprendente.
In Giappone, le prime raffigurazioni shunga risalgono al periodo Heian (794 - 1185). A quei tempi erano per lo più riservate agli ambienti di corte. Dipinte su rotoli di carta, si ipotizza fossero ispirate a modelli cinesi, soprattutto alle opere di Zhou Fang (730 - 800), il grande pittore erotico attivo durante il regno della dinastia Tang.
Nella prima metà del diciannovesimo secolo, ad opera di Harunobu, si giunse alle opere pienamente policrome (nisiki-e) con l’impiego, per le edizioni più lussuose, di quindici e fino a diciassette colori attraverso l’incisione di altrettante matrici in legno.
La complessa esecuzione delle matrici era affidata ad abili artigiani, guidati dagli artisti che avevano realizzato i soggetti. Harunobu, Hokusai, Hirosige, Utamaro sono solo alcuni nomi degli artisti più acclamati in quest’arte. Un’arte che gioca su tutta una gamma di espressioni, forme e colori che vanno dalla varietà delle passioni umane alla grazia delle figure femminili, dall’esaltazione delle emozioni amorose all’esplorazione di tutte le inclinazioni della sessualità, anche le più promiscue, non disdegnando atti omosessuali e scene di gruppo. Le ambientazioni erano realistiche: lussuose dimore, bagni pubblici, case da tè, alcove, in barca o all’aperto.
All’inizio del XVII secolo la scuola di pittura Kano stilò un’insieme di regole sull’estetica dell’arte shunga. Vennero codificate le gradazioni di colore con cui dovevano essere stampati i genitali, sia maschili che femminili e i colori da utilizzare nel resto dell’opera. Si stabilì anche la convenzione della rappresentazione in dodici scene amorose, simboleggiando i mesi dell’anno, secondo l’esperienza artistica già teorizzata dal pittore Tosa Mitsunobo (1434-1525). L’arte shunga assunse così la definizione di “genere”, al pari del paesaggio e del ritratto.
Queste stampe si affermarono negli ambienti artistici europei, intorno alla metà del XIX secolo.
A Parigi circolavano tra i pittori realisti ed impressionisti: Theodore Duret, Degas, Renoir, Pisarro e Monet. Degas ne fu fortemente influenzato, in alcuni tagli prospettici delle sue opere si possono riscontrare significative analogie con l’arte giapponese. Ma anche Van Gogh non rimase estraneo al fascino di queste opere; i ponti e gli ombrellini delle donne di Claude Monet rimandano alle immagini di Hokusai. A Londra le prime xilografie ukiyo-e comparvero all’Esposizione Universale del 1862. Aubrey Beardsley (1872-1898) possedeva una vasta collezione di arte shunga,da cui trasse ispirazione per le illustrazioni della Lysistrata di Aristofane. Le linee fluttuanti delle stampe giapponesi furono fonte di ispirazione anche per gli artisti Art Nouveau.
Nell’ultimo decennio di questo secolo le xilografie shunga hanno incontrato un interesse particolare nella critica e nel pubblico occidentale. Molti musei hanno introdotto nelle loro collezioni di grafica queste incisioni. Sono state anche presentate in importanti mostre retrospettive come quella alla Kunsthal di Rotterdam nel 2005, a Palazzo Reale di Milano nel 2009 e al British Museum di Londra nel 2013.

Saranno esposte oltre cinquanta incisioni originali di grandi Maestri giapponesi che vanno dalla fine del XVIII secolo agli inizi del XX secolo, oltre ad una quarantina di opere minori, fuori catalogo.
La rassegna è curata da Gianni VURCHIO e Stefano LIBERATI che, con Pietro GOBBI firma il catalogo stampato in policromia, edito dall'ACCADEMIA NAZIONALE D'ARTE ANTICA E MODERNA che accompagna la mostra ed è in vendita presso l'IREL.

 

Organizzazione: ACCADEMIA NAZIONALE D'ARTE ANTICA E MODERNA
In collaborazione UNIONE EUROPEA ESPERTI D’ARTE

Coordinamento Artistico: Gianni VURCHIO
Testi catalogo: Pietro GOBBI - Stefano LIBERATI
Schede tecniche catalogo: Pietro GOBBI
Allestimento mostra: IREL Torino

SEDE: ISTITUTO PER LA TUTELA DEI BENI CARTACEI
Via San Dalmazzo 6/C
10122 TORINO

Comunicazione e Ufficio Stampa TORINO
IREL TORINO - cell.. 333 6624434
Contatti e informazioni: irel.torino@libero.it - gian.vurchio@gmail.com

 

Comunicazione e Ufficio Stampa ROMA
LORETTA ELLER - cell.. 339 6169616
Contatti e informazioni: loretta.eller@espertiarte.it

 

Inaugurazione: GIOVEDI' 24 novembre ore 18
Orari: dal martedì al sabato: dalle ore 16 alle ore 19 - Domenica e lunedì chiuso
Chiusura: sabato 28 gennaio 2017

 

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ORLANDO FURIOSO
500


CELEBRAZIONI PER IL V CENTENARIO DALLA PRIMA PUBBLICAZIONE

Mostra antologica
delle xilografie originali delle edizioni
del 1556 su disegni di Dosso Dossi e
del 1881 su disegni di Gustave Doré.

1 – 27 novembre 2016
Palazzo Orsini – Bomarzo

In occasione dell’inaugurazione della mostra a Bomarzo, il giorno 1 novembre 2016 alle ore 11, verrà presentato il volume:
“ORLANDO FURIOSO – La fortuna del poema ariostesco nelle edizioni illustrate”.
Pubblicazione realizzata con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Saranno presenti l’autore Stefano Liberati e l’editore Francesco Palombi.

L’evento espositivo e il volume di Stefano Liberati sull’Orlando furioso circuiteranno, in collaborazione con il Ministero per gli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, nei seguenti Paesi:
ALBANIA     
ARGENTINA           
AUSTRALIA
BIELORUSSIA
BRASILE
BULGARIA
CANADA
REPUBBLICA POPOLARE CNESE
CUBA
ECUADOR
EGITTO
FINLANDIA
GERMANIA
IRLANDA
ISRAELE
LETTONIA
MESSICO
OMAN
PERU’
PORTOGALLO
SLOVENIA
SPAGNA
SUDAFRICA
SVIZZERA
TANZANIA
TUNISIA
UCRAINA
U.S.A.
VENEZUELA

PRESENTAZIONE
La mostra che l’Accademia Nazionale d’Arte Antica e Moderna presenta in collaborazione con l’Unipne Europea Esperti d’Arte, si pregia di essere un omaggio culturale in occasione dei Cinquecento anni dalla prima pubblicazione dell’Orlando Furioso. Una delle opere epiche della letteratura italiana più acclamate al mondo.
Nell’ottobre del 1515 a Ferrara l’editore Giovanni Mazzocco da Bondeno iniziava la stampa dell’Orlando Furioso, la cui stesura era stata iniziata da Ludovico Ariosto già dal 1506. Il Poeta impiegò dieci anni per completare l’opera poiché non poteva dedicare molto tempo alla sua passione letteraria a causa dei numerosi impegni diplomatici come funzionario della corte estense ed ecclesiastici come chierico della Chiesa cattolica. Nell’aprile del 1516 le poche copie stampate (circa un migliaio) vennero distribuite prima a Ferrara e poi a Mantova.
Successivamente a questa prima edizione ne vennero stampate solo nel Cinquecento circa 150 di cui molte illustrate con xilografie. Tra tutte spicca quella più bella e importante del 1556 illustrata da Dosso Dossi, pubblicata a Venezia da Vincenzo Valgrisi.
Saranno inoltre esposte 46 xilografie di Gustave Doré del 1881, ultima opera epica illustrata dall’artista francese, contestualmente a due rarissime incisioni di Antonio Tempesta da disegni di Michelangelo i cui disegni preparatori sono conservati al British Museum di Londra. Queste due splendide incisioni, a tema ariostesco, presenti solo in due musei al mondo, non sono mai state esposte in Italia e sconosciute a tutta la bibliografia ariostesca.
Per la mostra saranno predisposti pannelli didattici sull’evoluzione grafica dell’Orlando Furioso e sugli artisti che hanno illustrato il poema ariostesco, con uno sguardo verso la vita e l’opera dell’Ariosto e alla fortuna del poema nell’ambito delle arti figurative.
Analizzando le diverse interpretazioni grafiche della narrazione del poema, si andranno ad indagare i complessi rapporti tra poesia, pittura e incisione, contribuendo così alla conoscenza e valorizzazione del vasto patrimonio artistico italiano. Infine il progetto si propone la rivalutazione della stampa di illustrazione e di interpretazione, troppo spesso considerata una mera ancilla della parola poetica, invece tassello significativo che permette una più completa ricostruzione e comprensione dell’insieme dei beni librari italiani. Questa vuole essere una operazione culturale di salvaguardia del patrimonio artistico italiano, poiché le incisioni realizzate per illustrare il poema ariostesco, sono quasi tutte di artisti italiani.

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IL PIAVE MORMORO’…

I canti della Patria dal Risorgimento alla Grande Guerra.

In mostra gli spartiti originali degli inni patriottici in occasione delle Commemorazioni della Prima Guerra Mondiale.

RIVOLI (TO)
dal 30 ottobre 29 novembre
Museo Civico “Casa del Conte Verde” di Rivoli
Mostra a cura di Stefano Liberati, Dario F. Marletto, Carlo Pagliucci, Gianni Vurchio.

La musica ha da sempre commentato la storia. In ogni campo di battaglia i soldati accompagnavano le loro gesta con inni e marce, ogni momento storico è stato fissato con note musicali, sia per l’insediamento di un nuovo sovrano, sia per la vittoria in una battaglia, per una rievocazione o commemorazione. Le musiche sono di solito accompagnate da versi solenni, densi di amor patrio, facilmente orecchiabili per essere cantati dai soldati nelle marce o nelle trincee.
La collezione che verrà esposta comprende circa 250 spartiti di musiche patriottiche italiane pubblicati tra il 1840 e il 1920. Il corpus della mostra riguarda gli inni e le marce militari composte durante la Prima Guerra Mondiale, con uno sguardo a ciò che era accaduto musicalmente durante il Risorgimento.
Tra le rarità vi è L’Italia risorta del maestro Mabellini che può considerarsi il precursore di Fratelli d’Italia e il primo Inno dedicato a Vittorio Emanuele II, prima ancora di essere nominato Re dell’Italia Unita, oltre a una serie di curiosi spartiti, tra cui una Cavour-Polka, musicata da Paolo Giorza.
Di particolare interesse sono alcuni spartiti di canti patriottici popolari spesso stampati clandestinamente in pochi esemplari e rimasti per lo più sconosciuti.

 

L’Italia ha avuto sommi artisti che hanno dedicato il loro genio musicale al servizio della Patria. Primo fra tutti Giuseppe Verdi a cui Mazzini volle, nel 1848, commissionare un
Inno d’Italia. Gli sfortunati eventi bellici successivi non permisero che l’Inno scritto da Verdi potesse poi diventare quello che oggi noi conosciamo come nostro Inno ufficiale.
Sarà esposto nella mostra per la prima volta l’unico esemplare ancora esistente dello spartito di questo Inno.

Tra i personaggi storici che hanno combattuto per fare l’Italia, tra i più acclamati musicalmente è stato Giuseppe Garibaldi, al quale molti musicisti hanno dedicato inni e marce. Nell’ambito della mostra è compreso lo spartito del primo Inno ai Cacciatori delle Alpi, con un giovane Garibaldi ritratto, in copertina, da Roberto Focosi.
Non manca lo spartito di una delle più celebri canzoni patriottiche italiane: La leggenda del Piave, con una drammatica illustrazione in copertina di Amos Scorzon. Il brano fu scritto dal maestro Ermete Giovanni Gaeta (noto con lo pseudonimo di E.A. Mario). La leggenda del Piave fu composta nel giugno del 1918, subito dopo la battaglia sul Piave, conosciuta anche come battaglia del Solstizio, così come la rinominò Gabriele D’Annunzio. Ben presto venne fatta conoscere ai soldati dal cantante Enrico Demma (pseudonimo di Raffaele Gattordo). L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane. Il generale Armando Diaz dichiarò che aveva giovato alla riscossa nazionale e scrisse all’autore: «La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale!». Questo brano divenne l’Inno ufficiale italiano dal 1943 al 1946.
In uno spirito di visione internazionale sono presentate due rare edizioni dell’Inno delle Nazioni di Verdi del 1862 e dell’Inno americano Il vessillo stellato, mentre la visione patriottica nazionale è variamente ed ampiamente rappresentata da intramontabili motivi ormai entrati nella nostra tradizione popolare come i numerosi canti di montagna e degli alpini, creati o rielaborati durante la Grande Guerra e le celebri canzoni napoletane composte e cantate nel periodo bellico tra cui l’intramontabile ’O surdato nnamurato.

Sono rappresentate inoltre alcune marce di corpi speciali, quali La marcia d’ordinanza della Regia Marina italiana, la celeberrima Fanfara dei bersaglieri e L’Inno del Reggimento San Marco.

Numerosi e commuoventi i canti irredentisti per Trento, Trieste e Fiume, mentre gioiose ed ottimistiche sono le canzoni che accompagnarono la breve illusione colonialista italiana in Africa.
Gran parte degli spartiti in mostra sono illustrati da artisti del calibro di Roberto Focosi, Aleardo Villa, Leopoldo Metlicovitz, Adolf Hohenstein, Giovanni Manca, Arturo Bonfanti.

Collateralmente alla mostra verranno presentate opere di giovani artisti emergenti che hanno affrontato il tema della Grande Guerra. Un’occasione per portare il pubblico ad una visione del drammatico evento bellico attraverso un percorso artistico di sicuro impatto emozionale.

È prevista la stampa di un volume monografico che approfondirà per la prima volta l’argomento musica e guerra, arricchito da un vasto repertorio iconografico.
La mostra si fregia del logo ufficiale per le Commemorazioni della Prima Guerra Mondiale e del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il progetto espositivo è stato pianificato dall’Accademia Nazionale d’Arte Antica e Moderna in collaborazione con l’Unione Europea Esperti d’Arte e l’Istituto di Restauro di Torino.

Referente operativo:
Gianni Vurchio
Accademia Nazionale d’Arte Antica e Moderna onlus
Via San Dalmazzo, 6/c - 10122 Torino
Tel./Fax 011.2072510- Cel. 333.6624434
gian.vurchio@gmail.com

Ufficio stampa:
Loretta Eller
Accademia Nazionale d’Arte Antica e Moderna onlus
Via Antonio Gallonio, 8
00161 Roma
Tel. 06.44258448
Cel. 339.6169616

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COLLANA EDITORIALE
DI ARTE DEL XXI SECOLO

di Stefano Liberati

Il nome ERRORE.404 segnala, nel codice server della navigazione in internet, una “pagina non trovata” in un sito; L'UEEA, attraverso questa collana, intende divulgare l’opera di artisti poco noti nell’universo dell’arte del XXI secolo, offrendo al pubblico la possibilità di conoscerli attraverso scritti di critici, galleristi, giornalisti e addetti ai lavori, così da supplire a quelle “pagine mancanti”.

SUBCONSCIO.
Conversando con Herman Normoid.

Questo libro a firma Roberto Luciani, con una introduzione di Philippe Daverio, inaugura la collana sull’arte del XXI secolo edita dalla nostra associazione.

 


Herman Normoid. Maggie. 2013

 

Attraverso questo saggio l'autore approfondisce nella forma dell'intervista, con un ampio preludio e un'introduzione del critico d'arte Philippe Daverio, l'opera del pittore italiano HERMAN NORMOID; in particolare vengono affrontate le tematiche relative all'espressione del subconscio attraverso i suoi dipinti, alla riduzione dell'effetto della parte cosciente sulla mano dell'artefice nell'atto della creazione di un'opera e nel dialogo tra il subconscio del pittore e quello degli osservatori.

 


Herman Normoid. Pillars of Hercules. 2012

 

Il volume comprende un testo dello psichiatra Carlos Bares sul rapporto tra il subconscio e l'arte.
La tiratura è di 500 copie numerate e firmate da Herman Normoid.
Il ricavato della vendita di questo volume sarà utilizzato per finanziare le attività culturali previste dallo statuto dell'Unione Europea Esperti d'Arte onlus.
IBAN 978.889401.8899
€ 100,00 (Sconto del 50% per gli associati).

 


Herman Normoid. Mrs Davidson. 2013

 

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APERTURA DI UNA NUOVA SEDE DELL’ASSOCIAZIONE.
BERGAMO, PIAZZALE DEI LOVERINI, 3b
PRESSO LA INARTE GALLERY

L’11 aprile 2015 a Bergamo è stata inaugurata la Galleria INARTE che diventerà la sede lombarda dell’Unione Europea Esperti d’Arte.
Per l’occasione è stata presentata una mostra di artisti contemporanei scelti e selezionati dalla commissione scientifica dell’Associazione.

Fra i partecipanti emergono i nomi di Antonello Diodato Guardigli, Giovanni de Michele e Ciro Palumbo.

Il maestro A. D. Guardigli è un artista a tutto tondo che, nel suo percorso pittorico e scultorio trentennale, si mostra sempre alla ricerca di nuove, interessanti espressioni e sperimentazioni, rivolgendo la sua anima più intima alla materia esistenziale. Il suo sguardo è rivolto ad una dimensione profonda, raccolta, ma insieme spontanea; i colori dei suoi quadri son vivaci, luminosi, scaturiscono dalla sua interiorità, dal suo slancio vitale. A. D. Guardigli ritaglia per sé, nell’immenso panorama dell’arte contemporanea, un ambito spaziale personalissimo, molto interessante, stimolante. I suoi quadri, le sue sculture, realizzati con tecniche miste, rimandano ad un linguaggio artistico dominato integralmente dal loro creatore.


A.D. Guardigli

Giovanni de Michele è un giovane, promettente artista salernitano, da sempre appassionato ad ogni forma d’arte: cinema, letteratura, musica e soprattutto pittura. Prima autodidatta, e in seguito, severi corsi di studi pittorici lo avvicinano agli artisti delle avanguardie del Novecento.  Inizialmente le opere di de Michele sono materiche, figurative, per poi allontanarsene, utilizzando tecniche varie come il collage e l’acrilico su legno, per giungere all’astratto. Negli ultimi quindici anni l’artista modifica ulteriormente la sua ricerca pittorica e sperimenta lavorando sulla tecnica di sottrazione del colore. Nei suoi quadri tracce, segni, ombre, appaiono dove il bianco e nero viene in parte rimosso. Sono lavori suggestivi che rimandano ad emozioni forti, ad interpretazioni di graffiante impatto empatico. De Michele esprime se stesso e la sua visione di un mondo rabbuiato, ferito, dolorante in queste opere della serie “Cities” e “Landscapes”.


Giovanni de Michele

Ciro Palumbo, artista piemontese, inizia il suo percorso artistico nel mondo della pubblicità, per approdare nel 1994 alla pittura. Dotato di fervida immaginazione e grande dimestichezza con i pennelli, Palumbo rivisita in chiave personalissima le esperienze della scuola Metafisica di Giorgio de Chirico e Alberto Savinio. Le sue opere, enigmatiche ed evocative, sono modellate su fantasmagorici palcoscenici onirici. La complessità delle sue composizioni si arricchisce di colti riferimenti storici e metaforici, arrivando a citazioni rinascimentali, senza mai cadere nel banale. Il sogno sembra essere una delle componenti fondamentali delle opere del maestro, dove l’irreale diventa riconoscibile, dove l’inesplorato diventa quotidiano, dove i cieli bui e i nembi frastagliati sono presagio di antichi segreti.


Ciro Palumbo

Articolo a cura di Loretta Eller

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MONDO PAPERINO

Storia e gloria della dinastia dei Paperi

Sede mostra Milano: WOW Spazio fumetto - Viale Campania 12, 20133 Milano
Date: dal 18 al 27 settembre 2014
Ingresso libero

SCARICA COMUNICATO STAMPA

Mostra a cura di Sergio Pignatone con la collaborazione di Stefano Liberati e Federico Fiecconi.

Sedi mostra Torino:
Little Nemo Art Gallery - Spazio Art&Co.Mix (Mondo Paperino),
Museo del Risparmio (L’economia secondo Zio Paperone)

L’esposizione raccoglie oltre 300 memorabilia paperiniani: libri e fumetti d’epoca; disegni e dipinti originali;
merchandising e giocattoli d’epoca; cels e layout originali; manifesti…
Un excursus che, a partire dal 1934, illustra la storia e gloria della dinastia dei Paperi attraverso le opere di ingegno dei creativi Disney.
Sono presenti le principali testate Disney e le tavole originali dei maestri Disney americani ( Barks, Taliaferro,…)
ed italiani ( Bottaro, Bruna, Carpi, Cavazzano, Molinari, Rota, Scala, Scarpa,…).
Catalogo illustrato disponibile da meta ottobre

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I PITTORI DELLA MUSICA
100 anni di stampa musicale
negli spartiti illustrati (1840-1940)

a cura di Stefano Liberati

Palombi Editori
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Con l'adesione del
PRESIDENTE della REPUBBLICA




Gli Adornatori
del Libro in Italia

a cura di Stefano Liberati
Edizioni Campo Grafico
Ristampa anastatica

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I SEGRETI DELL'OPERA D'ARTE

EX-CHIESA DEI CAVALIERI DI MALTA
SIRACUSA
29 novembre 2014

L'incontro di sabato 29 novembre a ospitato dal Comune di Siracusa presso l'Ex-chiesa dei Cavalieri di Malta per l’edizione Unesco 2014 di Educazione allo Sviluppo Sostenibile, nell’ambito del ciclo “Conversazioni a Regola d’Arte”, la FILDIS Siracusa in collaborazione con l’Unione Europea Esperti d’Arte, ha presentato "I segreti dell'opera d'arte: un viaggio nell'intrigante mondo delle perizie d'arte. Vero o falso? Come si stima il valore e come si autentica un'opera d'arte?".
Il perito consulente tecnico d'ufficio del Tribunale Ordinario di Roma e segretario nazionale dell'Unione Europea Esperti d'Arte Dario F. Marletto, ha presentato un ventaglio di casi emblematici di expertise da lui realizzate che dimostrano l’importanza delle nuove tecniche di indagine sulle opere d'arte. Sono state inoltre proposte alcune brevi scene dal film "La migliore offerta" di Giuseppe Tornatore utilizzate quale spunto per mostrare le molteplici sfaccettature della professione del perito d'arte.
L'incontro ha visto tra il folto pubblico la presenza di appassionati del mondo dell’arte, associazioni culturali del territorio, professionisti, e studenti.
Sono intervenuti, la presidentessa dell'associazione che ha organizzato l'incontro, Maria Vittoria Fagotto Berlinghieri, Elena Flavia Castagnino vice presidente europea dalla University Women of Europe, la presidentessa dell'ordine degli architetti di Siracusa Lilia Cannarell, Nino Sicari docente responsabile del laboratorio di restauro dell'Istituto d'Arte A. Gagini di Siracusa e Emma Schembari in rappresentanza del Comune di Siracusa.




VISTI PER VOI

a cura di
Loretta Eller




PRERAFFAELLITI:
AMORE E DESIDERIO

Milano – Palazzo Reale
Fino al 6 ottobre 2019

Milano, a Palazzo Reale sono esposte per la prima volta le opere dei Preraffaelliti. La mostra è curata da Carol Jacobi (Tate Britain, sezione British Art), con la collaborazione della Tate Gallery di Londra.

È il 1848 quando in Inghilterra sette studenti si riuniscono per sperimentare un nuovo modo di vedere e rappresentare l’arte: John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti, William Hunt, Ford Madox Brown, William Trost Richards, William Morris, Edward Burne-Jones. I sette, mossi da sentimenti rivoluzionari, si opponevano alla Royal Academy for Arts, fondata da sir Joshua Reynolds a Londra, che rappresentava la cultura ufficiale dell’Inghilterra vittoriana.
L’arte della Confraternita ricercava un nuovo realismo, ispirato all’arte italiana prima di Raffaello, dunque al Medioevo. Le loro fonti letterarie si rifacevano a Shakespeare, Dante Alighieri, Boccaccio e alla Bibbia. Erano una piccola setta che firmava tutte le opere con la sigla PRB (Pre-Raphaelite Brotherhood), il loro nome si ispirava ai cosiddetti “primitivi”, artisti italiani del tardo Medioevo e primo Rinascimento, antecedenti a Raffaello.
La Confraternita dei Preraffaelliti si prefiggeva di recuperare un’arte spontanea ispirata alla natura, all’amore, al desiderio, al mito e alla bellezza in ogni sua forma.
Le Muse preraffaellite sono raffigurate come dame del Rinascimento, alte, slanciate, con fluenti capelli rossi: immagini di fascino e passione, ma lontane e remote nello sguardo. Capolavori senza tempo che definirono un nuovo stile di bellezza.
Sono in mostra a Palazzo Reale circa 80 splenditi dipinti Preraffaelliti, tra cui alcune opere iconiche quali la “Lady of Shalott” di John William Waterhouse, ”Ofelia” di John Everett Millaisla “Beata Beatrix” e il “Sogno di Dante alla morte di Beatrice” di Dante Gabriel Rossetti.


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ECLIPSE OF THE SUN:
ART OF THE
WEIMAR REPUBLIC

Museum
for German and Austrian Art

New York 23-5-2019/2-9-2019

In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Otto Dix molti musei stanno organizzando mostre sull’artista tedesco.
Pittore e incisore, Otto Dix nasce a Gera in Germania il 2 dicembre 1891, nel 1909 entra alla Scuola d’Arti Decorative di Dresda e in seguito all’Accademia di Belle Arti.
Allo scoppio della prima Guerra Mondiale Dix si arruola volontario nell’esercito tedesco. Dopo aver combattuto ed essere stato ferito, torna in patria disgustato per l’inaudita violenza bellica. Su questo tema realizza a Dresda, nel 1932, un polittico su legno intitolato La Guerra, di forte intensità e impatto visivo. Del 1936 è invece la sua ultima opera sulla Grande Guerra Le Fiandre, drammatica visione della vita dei soldati in trincea.
Dopo aver aderito nel 1919, per breve tempo, al gruppo espressionista della Secessione di Dresda (Dresdner Sezession), Otto Dix fonda, insieme ad altri artisti, il gruppo dadaista tedesco. In questo periodo, intrecciando tecniche figurative diverse, realizza tele raffiguranti ex combattenti tremendamente mutilati.
La Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività) è una corrente pittorica neorealista, nata nella Germania dei primi anni Venti, che si oppone sia all’espressionismo che all’astrattismo. Prende il nome da una mostra d’arte del 1925 a Mannheim dove vennero esposte opere che documentavano le varie tendenze dell’arte tedesca del primo dopoguerra. Otto Dix aderisce a questa corrente pittorica rappresentando la società tedesca del tempo con opere estremamente oggettive; i suoi soggetti arrivano a sfiorare situazioni e immagini grottesche, caricaturali. In queste opere mette a nudo la realtà più cupa del tempo: sfruttatori, profittatori, prostitute, mutilati di guerra tra rovine e distruzione, tuguri, salotti, caserme. Queste tele, crudeli e impietose, esposte nei musei o nelle gallerie d’arte causavano così forti turbamenti da essere immediatamente rimosse.
Nel 1937 alcuni dipinti di Otto Dix, tra cui La trincea, furono esposti dai nazisti a Berlino nella mostra Entartete Kunst (Arte degenerata) e successivamente bruciati. Da allora gli viene proibito di esporre le sue opere e anche revocato l’incarico di docente all’Accademia di Dresda. Nel 1939, dopo un breve periodo di carcere, si trasferisce nel sud della Germania. Richiamato sotto le armi durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 viene fatto prigioniero dall'esercito francese. Alla fine del conflitto nel 1946 si stabilisce sul lago di Costanza, dedicandosi esclusivamente alla pittura di paesaggio, evitando i temi sociali.
Nel 1955 la sua opera pittorica è rivalutata dalla comunità scientifica internazionale ed è nominato membro ufficiale dell’Akademie der Künste di Berlino Est.
Muore a Singen nel 1969.
Nella mostra newyorkese oltre alle opere di Otto Dix si possono ammirare lavori di George Grosz, Max Beckmann, Otto Griebel, Christian Schad, Rudolf Schlichter e Georg Scholz.


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ART NOUVEAU
IL TRIONFO DELLA BELLEZZA

Torino – Reggia di Venaria Reale
Fino al 26 gennaio 2020

Le Sale dei Paggi della Reggia di Venaria (Torino) ospitano una straordinaria mostra dedicata all’Art Nouveau, corrente artistica nata tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Nei paesi anglofoni venne chiamata Modern Style, in Germania Jugendstil, in Spagna Modernismo. Solo in Italia assunse la definizione di Stile Liberty dal nome del celebre negozio londinese di Arthur Liberty, per poi essere identificata anche come Stile Floreale.
L’Art Nouveau deriva il suo nome da un negozio parigino “L’Art Nouveau Bing”, aperto nel 1895 da Siegfrid Bing, che commerciava vari articoli dal design innovativo: mobili, tessuti, carte da parati, tappeti e oggetti d’arte.
Il movimento artistico si ispirava all’Arts and Crafts di William Morris, che opponeva alla meccanizzazione e alla produzione in serie la libera creazione dell’artigiano, come premessa indispensabile alla progettazione.
L’Art Nouveau si diffuse in Europa attraverso la sua affermazione all’Esposizione Universale del 1900 a Parigi, raggiungendo il suo culmine all’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna nel 1902 a Torino.
Una delle caratteristiche più importanti di questo stile è l’ispirazione alla natura, con forme sinuose, in movimento, vegetali o floreali e l’uso di materiali quali il vetro e il ferro battuto, impiegati in scultura e architettura.
La mostra alla Reggia di Venaria presenta in nuce un allestimento particolare poiché sono stati ricreati gli ambienti parigini di inizio Novecento. Lungo il percorso espositivo duecento opere, divise in cinque sezioni, affrontano gli sconvolgimenti avvenuti a cavallo del secolo nello scenario delle arti figurative. Architettura, pittura, arredamento, scultura e musica sono conquistati dal mondo della natura, dove immancabile è la presenza della figura femminile sensualmente idealizzata.
Alla Reggia di Venaria ritroviamo le produzioni dei più grandi artisti e designer dell’epoca, da Alfons Mucha a Éugene Grasset, da Emile Gallé a Jacques Majorelle, da Victor Horta a William Nicholson.
Nell’ultima sezione della mostra si possono riconoscere le differenze fra l’Art Nouveau francese e il Liberty italiano, stile, quest’ultimo, che ha influenzato decisamente l’architettura urbana di Torino.


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SIBILLA ALERAMO
UNA DONNA

Sibilla Aleramo (14 agosto 1876 – 13 gennaio 1960), pseudonimo di Marta Felicina Faccio, è stata una celebre scrittrice e poetessa italiana. Un matrimonio infelice la spinse ad abbandonare la casa coniugale e soprattutto il figlio tanto amato. La sua vita e soprattutto i suoi scritti sono ancora oggi attuali, ci ricordano la forza d’animo e la fermezza necessari per costruire liberamente il proprio destino. Sibilla Aleramo non voleva, in un’Italia in cui gli uomini, la famiglia e la società chiedevano alle donne un vita di sacrifici e sottomissione, rinunciare a se stessa e alla sua libertà.
A trent’anni, nel 1906, anche se il frontespizio riportava la data del 1907, viene pubblicato a Torino il libro che la rese famosa, la prima, scandalosa opera narrativa che metteva in dubbio la necessità della dedizione materna: “Una Donna”. In Norvegia Eric Ibsen (1828-1906) aveva già scritto nel 1879 “Casa di bambola”, in Europa si iniziava a discutere sulla difficile situazione delle donne lavoratrici e sull’emancipazione femminile.
Aleramo, con il suo romanzo, rivendicava decisamente la parità dei sessi. “Una donna” fu definito il primo libro femminista italiano. Il romanzo è chiaramente autobiografico, la protagonista racconta la sua vita in prima persona, dagli anni dell’infanzia fino a quelli della maturità.
Sibilla Aleramo in seguito ha scritto numerosi altri romanzi e libri di poesie, ma “Una Donna” è la sua opera più significativa e, a più di un secolo dalla sua prima pubblicazione, è ancora attualissima e tradotta in decine di lingue.
Scrive l’Aleramo: «Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare se stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della sua psiche, composta, si, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di dignità umana».


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Mostra: RISO AMARO
Festival del Cinema di Roma 2018


Il titolo di questa mostra è una parafrasi dell’omonimo film del 1949 diretto da Giuseppe De Angelis, dedicato alle durissime condizioni di vita delle mondine.
Le opere selezionate, realizzate da illustratori, grafici, disegnatori e umoristi di tutto il mondo, sono l’espressione della solidarietà alle donne vittime di sopraffazione e il bisogno di non abbassare la guardia nella lotta contro la violenza di genere.
La satira, presentata in forma grafica, con eleganza e contenuti forti, svolge qui una funzione importante, permettendo agli autori una reale finalità di denuncia e inducendo il fruitore ad una profonda riflessione.
Una donna intrappolata all’interno di un cuore di filo spinato, nell’illustrazione di Marco De Angelis, rappresenta un cuore malato, un amore fatto di violenza. L’amore malato degli uomini che considerano le donne un oggetto di proprietà e l’amore malato delle donne che accettano di essere umiliate, picchiate ed a volte uccise per troppa paura o illusione.
Nonostante l’uso della satira, soltanto apparentemente in contrasto con il drammatico tema affrontato, dalla mostra “Riso amaro” è giunto forte e chiaro un messaggio di assoluta condanna.
Il progetto di questa esposizione è stato promosso dal Dipartimento delle Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed è stato realizzato dall’Associazione Culturale Festival Grafico, con la direzione artistica di Julio Lubetkin e la consulenza di Marilena Nardi.


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SOUNDFRAMES
Cinema e musica in mostra
Museo Nazionale del Cinema
di Torino
dal 26 gennaio 2018
al 7 gennaio 2019





“Soundframes- Cinema e Musica in mostra”, accolta nella suggestiva cornice della Mole Antonelliana, sede del Museo Nazionale del Cinema di Torino, ha un taglio sicuramente innovativo. La mostra racconta infatti lo stimolante rapporto tra la settima arte e la musica, attraverso un allestimento scenografico interattivo. Scopriamo in questo modo qual è stato e qual è il ruolo della musica nella storia del cinema, attraverso i suoi protagonisti, attraverso i suoi più grandi interpreti.
Le contaminazioni dei due linguaggi, musicale e cinematografico, consentono, attraverso un percorso espositivo di audio e video, che si snoda lungo la rampa elicoidale dell’Aula del Tempio, di sperimentare un viaggio unico ed emozionale. L’osservatore segue un itinerario a carattere cronologico e tematico che presenta 130 sequenze di film proiettati su 60 schermi per un totale di 90 metri di proiezione lineare. La prima sezione è dedicata al cinema muto: qui si fondono per la prima volta cinema e musica, attraverso le melodie che venivano suonate dal vivo durante le proiezioni. Con l’avvento del sonoro nasce il musical: canzoni e danze tratteggiano la narrazione. Nella sezione dedicata ai grandi compositori la musica esprime le emozioni: nascono le prime colonne sonore. Con il cinema d’autore si sviluppa un felice rapporto tra Nouvelle Vague e New Hollywood. Si prosegue con il documentario musicale che, negli anni Sessanta, diviene un genere narrativo impostosi con il rock e i registi indipendenti. Infine il biopic, film biografici sulla vita e le opere degli artisti, i film musicali, l’horror e i video clip.
Un viaggio ideale in cui si raccontano i molteplici, numerosissimi incontri del mondo della musica con quello del cinema, attraverso un secolo di storia.
Questo percorso sensoriale si conclude con sei installazioni interattive e con una pedana mobile, progettata da Alfredo Di Gino Puccetti, che trasforma il suono in vibrazioni grazie alle superfici in legno.


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HERACLEION
Scoperta in Egitto
una Atlantide sprofondata
in mare 1200 anni fa.




I primi resti di una città sommersa in Egitto sono stati recuperati nel Duemila a 30 metri di profondità, al largo di Abukir, nei pressi di Alessandria d’Egitto.
Heracleion (per i greci) o Thonis (per gli antichi egizi), considerata un centro nevralgico del commercio internazionale fra il Mediterraneo e il Nilo durante il VI secolo avanti Cristo, oggi può essere esplorata con una mappa interattiva creata dall’Euopean Institute for Underwater Archeology, attraverso i dati archeologici raccolti in questi anni di scavi sottomarini.
È possibile visitare tramite foto e video i templi, i pontili, i relitti delle navi, gli edifici, i gioielli, le stele coperte di geroglifici e le statue, tra le quali una colossale scultura in pietra di Hapi, il dio egizio personificazione delle inondazioni del Nilo.
Una scoperta archeologica di importanza mondiale: i reperti distesi sul fondo del mare e protetti da limo e sabbia si sono perfettamente conservati durante i secoli.
L’archeologo francese Franck Goddio, il primo a scandagliare i fondali marini, ha ipotizzato che la città di Heracleion sia sprofondata nel mare a causa del peso dei suoi grandi edifici, costruiti su terreno argilloso, durante un terremoto.

Nel 2016 si è svolta al British Museum di Londra una importante mostra dal titolo “Sunken Cities: Egypt’s Lost Worlds” che racconta la storia di Heracleion-Thonis e la vicina Canopo (centro religioso noto per il culto di numerose divinità egiziane).
I copiosi ritrovamenti, recuperati dagli archeologi, permettono di fare nuova luce sui rapporti economici ed artistici intercorsi fra due grandi, antiche civiltà: l’egiziana e la greca.
I bellissimi, importanti oggetti in mostra al British Museum sono solo una piccola parte dei reperti archeologici recuperati nella città sommersa, il lavoro di restituzione ai posteri continuerà ancora per molti anni.
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PICASSO
Tra Cubismo e Neoclassicismo: 1915-1925

Roma, Scuderie del Quirinale
22 settembre 2017
27 gennaio 2018




La grande mostra (100 opere) inaugurata a Roma, alle Scuderie del Quirinale il 21 settembre, rende omaggio a Pablo Picasso. A distanza di cento anni, l’esposizione, curata da Olivier Berggruen, intende celebrare il viaggio che l’artista spagnolo intraprese nel 1917 a Roma e a Napoli, insieme al poeta Jean Cocteau e al compositore russo Igor Stravinskij, al seguito della compagnia dei Balletti Russi di Sergej Pavlovič Djagilev. Occasione in cui incontrò e si innamorò di Olga Chochlova, prima ballerina della compagnia, che divenne la sua prima moglie.
Il viaggio di Picasso in Italia fu fondamentale per il divenire della sua arte, sperimentare stili diversi, avvicinarsi al classicismo. Al romano Caffè Greco incontrò Balla, Depero, Prampolini e Socrate.
La mostra alle Scuderie del Quirinale propone dipinti su tela, gouache e disegni di eccezionale qualità, mentre al secondo piano sono visibili documenti in gran parte inediti e pregevoli lavori su carta.
Inoltre a Palazzo Barberini, nel grandioso salone, sotto la volta affrescata da Pietro da Cortona (Trionfo della Divina Provvidenza, 1632 – 1639), viene esposto, per la prima volta a Roma, il gigantesco sipario (mt. 11x17) dipinto da Picasso per il balletto “Parade” nel 1917. Questa è una delle sue opere tra le più monumentali e segna quello che viene chiamato “Le rappel à l’ordre” picassiano. Un ritorno al figurativo, dopo il lungo periodo cubista, che poi esploderà in seguito alla Grande Guerra. Il sipario fu realizzato a Parigi in collaborazione con alcuni artisti italiani, tra cui Carlo Socrate, con la tecnica della tempera su tela: il tema è quello circense, sullo sfondo il golfo di Napoli. Nel sipario compaiono anche le figure di Pulcinella e Arlecchino, rivelando la magia che Napoli e il teatro popolare italiano suscitarono in Picasso.
“Parade” è conservata al Centre Georges Pompidou di Parigi ed è stata esposta, a causa delle sue enormi dimensioni, solo in rare occasioni: al Brooklyn Museum (New York 1984), al Palazzo della Gran Guardia (Verona 1990), a Palazzo Grassi (Venezia 1998), al Centre Pompidou (Metz 2012-2013) e al Museo di Capodimonte (Napoli 2017).
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MANET E LA PARIGI MODERNA
Milano – Palazzo Reale
Fino al 2 luglio 2017



La mostra “Manet e la Parigi moderna”, inaugurata l’8 marzo a Milano, a Palazzo Reale, ripercorre la storia artistica di Édouard Manet (1832-1883), la produzione dei suoi numerosi dipinti, schizzi e opere giovanili. La sua attività, che si è concentrata in poco più di due decenni, è stata in grado di rivoluzionare il concetto di “arte moderna”. Monet, Renoir, Degas e Pissarro lo hanno considerato un vero capostipite della pittura impressionista.
Sono presenti in mostra, provenienti dalla prestigiosa collezione del Musée D’Orsay di Parigi, un centinaio di opere: 54 dipinti di cui 16 capolavori di Manet e 11 suoi tra disegni e acquarelli, 40 opere di grandi maestri coevi tra cui Boldini, Cézanne, Degas, Gauguin, Monet, Morisot, Renoir, Signac, Tissot, Fantin-Latour.
L’esposizione è tesa a celebrare il valore, l’importanza centrale di Édouard Manet nella pittura moderna, attraverso i vari generi a cui l’artista si dedicò: le donne, la natura morta, il paesaggio, il ritratto.
L’opera di Manet è pedissequa ad una rivoluzione che si compie a Parigi tra la metà e la fine dell’Ottocento, attraverso il nuovo assetto urbanistico voluto da Napoleone III e progettato dal barone Haussman: boulevard, piazze e monumenti che cambiano il volto alla Ville Lumiére. Manet intende dipingere la vita reale, quello che è il quotidiano, i caffè, i teatri, tutto ciò che lo attrae e lo incuriosisce. Ma la sua pittura ha radici profonde che affondano nella cultura passata. Nei suoi viaggi egli ha conosciuto la pittura spagnola di Goya e di Velasquez e quella veneziana di Giorgione. Tutto questo ispirerà molti suoi lavori. La sua è una importante anticipazione sui temi cari all’impressionismo, allontanandosi decisamente da una visione classica e accademica della pittura, rivisitando temi, prospettive e colori. Pierre Auguste Renoir ha detto di lui: “È importante per noi quanto Cimabue e Giotto per gli italiani del Rinascimento”. Mentre Camille Pissarro ha affermato: “È molto più abile di tutti noi, ha trasformato il nero in luce”.
Manet rimarrà sempre legato alla città di Parigi dove vivrà e lavorerà, testimoniando con le sue opere la meravigliosa modernità, la grandezza e la metamorfosi di questa nuova metropoli.
Il maestro francese è stato un innovatore, in anticipo sui tempi e per questo incompreso e dileggiato dai Salon accademici e borghesi. Soltanto alla fine della sua breve vita è stato riabilitato. Le ingiurie dei critici e il sarcasmo del pubblico si mutarono in apprezzamento generale, fu nominato Cavaliere della Légion d’Honneur, l’amico e rivale Degas dichiarò: “Era più grande di quanto pensassimo”.
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AMEDEO FUSCO E ROSARIO SPROVIERI PROPONGONO UN "OMAGGIO A FRIDA" CON LA PARTECIPAZIONE DI NUMEROSI ARTISTI INTERNAZIONALI



I prossimi 8 e 9 aprile si terrà a Roma la mostra "Omaggio a Frida", in occasione della quale saranno esposte opere di pittura, scultura, fotografia e pirografia dedicate a Frida Kahlo, la rivoluzionaria artista messicana nata a Coyoacàn nel 1907 e divenuta ormai una vera e propria icona del nostro tempo.
La mostra di carattere internazionale, a cura di Amedeo Fusco e Rosario Sprovieri con relazioni istituzionali curate da Isabella Moro, sarà ospitata presso le prestigiose sale monumentali della Cancelleria Vaticana, fra Corso Vittorio Emanuele II e Campo de' Fiori, nella città eterna. Sarà un appuntamento da non perdere: in mostra le opere dei numerosi artisti che hanno fatto propria la sfida e che insieme condividono la passione di Frida e per la prima volta si uniscono in un omaggio a lei.
"Riproporre Frida, - scrive Rosario Sprovieri - l’eredità umana ed artistica di una delle pittrici più grandi della storia. Usare la sua arte quale linguaggio che tutti gli uomini di tutte le etnie e di tutti i popoli della terra, riconoscono e comprendono. L’oggi, alla maniera di Frida, per riproporne temi e forme, per ridare visibilità alla bellezza, per continuare la sua ricerca artistica e riportare alla luce la spiritualità dell’umanità".
"Omaggio a Frida" nasce dalla volontà dei curatori e del Centro di Aggregazione Culturale di proporre un'iniziativa per celebrare una delle figure più straordinarie della storia dell'arte del '900, dopo il grandissimo successo internazionale di "Punti di Vista tour" e "Ritratti". Quello tra Fusco e Sprovieri è un sodalizio che dura da più di 10 anni e che ha visto la realizzazione (oltre alle iniziative appena citate) di eventi importanti in tutta Italia e all'estero, fra cui "Colori dai suoni" a Castel Sant'Angelo con opere di Franco Battiato, Dario Fo, Paolo Conte, Toni Esposito e Gino Paoli, "Visioni dall'arte contemporanea", "Artisti Italiani in Germania" e la partecipazione al XXI Art Fair di Istanbul.
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GLI ARREDI D’ARTE
DI ANGELO DI CIACCIO




Quando meno te lo aspetti, capitano cose impreviste.
Durante un breve soggiorno a Gaeta, ho alloggiato in uno degli hotel di fronte alla spiaggia di Serapo, uno dei luoghi più ameni della costa laziale. Non era la prima volta che visitavo Gaeta. In passato, in questa deliziosa cittadina circondata da mare e monti, ho organizzato alcune mostre con l’Unione Europea Esperti d’Arte.


Nell’hotel, che prende il nome dalla spiaggia, ho subito percepito un’atmosfera diversa rispetto agli altri hotel che avevo frequentato. Pensavo fosse l’ambiente tranquillo, il fare cordiale e premuroso del personale, le deliziose pietanze che venivano servite, oppure il sereno clima che si poteva godere nella spettacolare piscina dell’hotel, in un curato giardino mediterraneo.

Poi, mentre curiosavo nei numerosi e ampi spazi dell’hotel, ho capito che quello che soprattutto mi aveva colpito erano gli arredi: divani, sedie, poltrone, tavoli, specchi, appendi abiti, lampadari, paraventi, vasi da fiori erano di una originalità mai vista prima. Mi sono soffermata ad osservarli attentamente e ne ho potuto apprezzare la qualità artistica e costruttiva. Vagamente mi ricordavano le opere di Carlo Bugatti. La fantasia e la genialità nel creare forme così particolari, armoniose e seducenti mi ha fatto pensare che tutti questi arredi provenissero da un atelier o da una fabbrica di mobili importante. Successivamente mi sono resa conto che erano tutti diversi e tutti rigorosamente costruiti a mano con tronchi e radici di albero, alcuni con intarsi di vetro colorato o con inserti di pittura ad olio.
Incuriosita ho domandato alla reception dell’hotel chi avesse creato tutti questi mobili. Sorpreso dalla mia domanda, come se fosse strano che io non conoscessi l’autore, l’addetto al ricevimento mi ha risposto: “Ma… li costruisce il proprietario dell’albergo! Il signor Di Ciaccio.” Allora ho chiesto se lo potevo incontrare. Il concierge mi ha risposto che l’avrei potuto trovare a cena con gli ospiti dell’albergo.
Rimasi sorpresa. In tutti i miei viaggi, non avevo mai sentito che il proprietario di un hotel dividesse i suoi pasti con i clienti. La sera, a cena, il ristorante dell’hotel era gremito. Cercavo di individuare chi potesse essere il proprietario dell’hotel, aspettandomi un uomo dal classico aspetto di manager. Ho chiesto ad una cameriera di indicarmi dove fosse seduto il signor Di Ciaccio. Finita la cena mi sono recata al tavolo segnalatomi, domandando del signor Di Ciaccio. Mi ha risposto un uomo anziano, dall’aspetto bonario, di bella presenza e fare cordiale: “Sono io Angelo Di Ciaccio”. Mi ha fatto accomodare offrendomi una bevanda. Iniziammo a conversare come se ci conoscessimo da sempre. L’ho informato di essere una giornalista e che mi sarebbe piaciuto sapere di più sugli arredi dell’hotel. Angelo mi confessò di avere 84 anni e mi raccontò la sua incredibile storia. L’hotel fu costruito nel 1922 da suo nonno, poi minato e distrutto nel 1944 dai nazisti. Nel 1950 fu ricostruito e da oltre quaranta anni è lui a dirigerlo. Questa struttura, negli anni Sessanta e Settanta, era frequentata dal bel mondo, soprattutto da artisti e attori. Mi raccontò di quando Vittorio De Sica soggiornava qui tutte le estati e si dilettava a cucinare insieme a lui. Ma anche Alberto Sordi amava villeggiare in questo albergo.
La passione per la costruzione di arredi l’ha sempre avuta. Realizza da solo le complicate strutture lignee, utilizzando esclusivamente materiali di riciclo. D’inverno vaga sulle spiagge deserte raccogliendo rami, vetri, vecchi legni di imbarcazioni e tutto ciò che il mare restituisce alla terra. Con pazienza e sapienza lavora questi materiali e li trasforma secondo le esigenze dell’opera che ha in mente. Tutto senza un progetto, ma sfruttando la fantasia e la genialità che lo contraddistingue.
Angelo ha sempre realizzato mobili solo per diletto e li tiene pressoché tutti all’interno dell’hotel o nella sua dimora privata. Le sue opere non le vende, anche se sono in molti a chiederle, ma spesso le regala.
Alla mia domanda se avesse gradito fare una mostra di queste sue opere mi ha risposto: “Chissa? Forse un giorno…”

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BOMINACO
L’Oratorio di San Pellegrino e la Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta: tesori d’arte del Medioevo abruzzese.



Nella piccolissima Bominaco (frazione di Caporciano), non troppo lontano da L’Aquila, esiste un minuscolo borgo medioevale che, nel X secolo, apparteneva all’ordine religioso dei benedettini (Momenacus).
Sullo sfondo delle vette più alte d’Abruzzo si svelano due pregevoli chiese romaniche: l’Oratorio di San Pellegrino e l’Abbazia di Santa Maria Assunta.
Si fa risalire la fondazione dell’Oratorio di San Pellegrino a Carlo Magno. L’originaria costruzione fu ripristinata intorno all’anno 1263 ad opera dell’abate Teodino. L’Oratorio si presenta esternamente austero, semplice ed essenziale. Un portichetto a tre arcate frontali e due laterali ci introduce in un edificio rettangolare ad aula unica, le cui pareti e la volta sono interamente ricoperti da quattro differenti cicli di affreschi, risalenti al XIII secolo, con episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Completano la narrazione degli episodi sulla storia del Redentore quelli dedicati a San Pellegrino e ad altri Santi. Stupisce, immediatamente sulla parete a destra del portale, un gigantesco San Cristoforo, abbigliato come un principe bizantino, che sostiene il Bambino Gesù. Pregevole, straordinario il calendario monastico bominacense che fu dipinto per l’uso liturgico della comunità religiosa, come si usa ancora oggi nei monasteri benedettini. Questo calendario rappresenta lo scorrere del tempo e l’alternarsi delle stagioni; ogni mese viene raffigurato con un personaggio e i suoi simboli, con i segni zodiacali e con le fasi lunari ed è in assoluto uno dei più antichi e monumentali calendari esistenti.
Il calendario, per la sua ricchezza e qualità pittorica è stato dichiarato nel 1996 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Gli affreschi del piccolo Oratorio di San Pellegrino costituiscono uno dei più importanti cicli pittorici religiosi di tutti i tempi. Gli affreschi sono dovuti a tre pittori, che si distinguono convenzionalmente con i nomi di «Maestro della Passione», «Maestro dell’Infanzia» e «Maestro Miniaturista». Da non trascurare l’originale repertorio decorativo che incornicia le scene e ricopre senza soluzione di continuità tutte le superfici disponibili.
A pochi passi dall’Oratorio, nascosta tra gli alberi, appare improvvisa la monumentale Abbazia romanica di Santa Maria Assunta.

Lo stile romanico, con le sue forme chiare e purissime, era lo stile preferito dall’Ordine benedettino, per la sua espressione dell’ordinato procedere del tempo e dello spazio. La facciata di Santa Maria Assunta è semplice, il portale è ornato da rilievi con motivi vegetali, floreali e una figura centrale di leone. L’unica finestra sul frontale è decorata da quattro leoni che stringono una preda tra le zampe. All’interno l’Abbazia presenta una pianta a tre navate, tre absidi ed il presbiterio. Le navate sono separate da dodici colonne marmoree monolitiche, tutte diverse tra loro, di assoluta originalità e bellezza. Ognuna di esse termina con pregevolissimi capitelli in stile corinzio, diversi tra loro, di rara ed elegante fattura. L’ambone, posto sul lato sinistro della navata centrale, realizzato nel 1180, insieme al ciborio, al cero pasquale, all’altare e a ciò che rimane di alcuni preziosi affreschi, costituiscono l’arredo peculiare di questa struttura architettonica di grande pregio artistico.




NEW YORK


ELLIS ISLAND
NATIONAL MUSEUM
OF IMMIGRATION

Il 20 maggio 2015 è stata inaugurata a New York una nuova ala del Memoriale di Ellis Island: si completa così l’intera storia dell’immigrazione in America.
La struttura di Ellis Island fu aperta nel 1892 come punto di ingresso per chi sbarcava negli Stati Uniti e chiusa nel 1954. Il nuovo spazio espositivo è dedicato all’era post chiusura del centro di accoglienza. I migranti, allora soprattutto europei, non arrivano più sulle grandi navi, accolti dalla Statua della Libertà nella Baia di New York, bensì giungono nel terminal di un aeroporto, inquadrati dalle telecamere e sottoposti al prelievo delle impronte digitali. La nuova immigrazione proviene da Cina, India, Filippine, Giappone, Corea del Sud, Centro e Sud America. Gli italiani non sono più così numerosi, ma continuano ancora ad arrivare. Se in passato il motivo principale che incoraggiava ad emigrare negli Stati Uniti era di carattere economico, ai nostri giorni le guerre o l’instabilità dei governi spingono molte persone a lasciare la Patria. L’America è ancora la terra delle nuove possibilità.
Tra il 1892 e il 1954 Ellis Island aveva accolto più di dodici milioni di immigranti. Dopo aver esaminato i documenti di viaggio, i medici del servizio immigrazione visitavano ciascun individuo, contrassegnando con un gesso bianco coloro che dovevano essere trattenuti ulteriormente per problemi di salute. Chi superava questo primo esame era registrato ed aveva il permesso di sbarcare dall’isola, prendendo il traghetto per Manhattan. Venivano respinti i vecchi, i sordomuti, i ciechi, quelli con malattie contagiose, infermità mentali e le donne non accompagnate.
I non idonei erano reimbarcati sulla stessa nave con cui erano arrivati e riportati al porto di provenienza.
Dal 1924 furono limitati i flussi migratori e durante la Seconda Guerra Mondiale Ellis Island divenne una prigione per i soldati italiani, tedeschi e giapponesi. Il 12 novembre 1954 il Servizio Immigrazione chiuse definitivamente la struttura. Ellis Island fu parzialmente ristrutturata negli anni Ottanta e dal 1990 divenne il Museo dell’Immigrazione.
Al primo piano del Museo troviamo la mostra “La popolazione d’America”: quattro secoli di immigrazione americana. L’enorme Registry Room (Sala di Registrazione), al secondo piano, quasi completamente vuota, ci suggerisce le trepidazioni e, a volte, la disperazione di coloro che mettevano piede sul suolo americano confortati dalla speranza. Le sale laterali, rivestite di piastrelle bianche, adibite ai colloqui con gli immigranti e altre stanze con fotografie, testi esplicativi, oggetti domestici, oggetti utilizzati durante il lungo viaggio, ci raccontano esperienze di vita vissuta. Al piano superiore è stata allestita una importante mostra fotografica sull’edificio prima della ristrutturazione e sulla moltitudine di migranti ritratti al loro arrivo e durante la permanenza sull’isola.
L’Ellis Island National Museum of Immigration è il tributo che gli Stati Uniti d’America ha dedicato ai milioni d immigrati che hanno concorso a farne la nazione più potente del mondo.





PAUL DURAND-RUEL
Le pari de l’impressionnisme
Musée di Luxembourg
Parigi
9 ottobre 2014
8 febbraio 2015





Il Museo del Lussemburgo di Parigi presenta la prima mostra sulla collezione d’arte che fu di Paul Durand-Ruel (1831-1922), il più importante mercante d’arte del XIX secolo, scopritore e protettore dei pittori impressionisti.
Durand-Ruel, visionario mercante d’arte e collezionista, incontra per la prima volta Monet e Pissarro nel 1871 a Londra, dove i due artisti si erano rifugiati durante la guerra franco-prussiana. Viene sedotto da alcuni loro dipinti “en plein air” raffiguranti scorci della capitale inglese. Acquisisce le loro opere e le espone nella sua filiale londinese. Al suo ritorno a Parigi si interessa ai lavori di Sisley, Degas e, in seguito, di Morisot e Renoir. Scopre nel 1872 due dipinti di Manet nello studio del pittore belga Alfred Stevens: “Salmone” e “Chiaro di luna sul porto di Boulogne” e li compra subito. Pochi giorni dopo, Durand-Ruel si reca nello studio di Manet e acquista 23 suoi quadri contemporaneamente. Sarà un vero e proprio “coup de foudre”: il mercante francese porterà in mostra le opere dei pittori impressionisti nelle gallerie di Parigi, Londra e Bruxelles. Nel 1874 un violento attacco dell’Accademia, dei critici d’arte e della stampa in generale ai pittori della Scuola di Barbizon, in occasione della prima mostra collettiva degli impressionisti svolta nello studio del fotografo Nadar, colpisce anche Durand-Ruel, accusato di presentare e difendere le opere di questi artisti. La salvezza del mercante e degli stessi impressionisti arriverà dall’America: James Sutton, direttore della American Art Association, li inviterà ad un’esposizione a New York con ben trecento dipinti.
Nella mostra americana del 1886 queste opere sono accolte favorevolmente dal pubblico e dalla critica. Durand-Ruel, incoraggiato dai risultati, organizza l’anno successivo una nuova mostra a New York e qui apre una galleria d’arte nel 1888. Nel 1905 il mercante organizza a Londra, alle Gallerie Grafton, una mostra che è ancora oggi la più grande e importante tra tutti gli eventi di pittura impressionista.
L’esposizione al Museo del Lussemburgo comprende 80 opere, inclusi quadri di Sisley, Monet, Manet, Cézanne e Renoir, che furono tra gli investimenti più riusciti di un mercante francese illuminato.
Paul Durand-Ruel modifica i dettami del commerciante d’arte, presentando nelle sue gallerie mostre personali aperte al pubblico gratuitamente e sostenendo un collezionismo che non è più solo status symbol, ma anche operazione finanziaria.


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LA BIBLIOTECA NAZIONALE BRAIDENSE

MILANO, Via Brera n. 28
www.braidense.it

L’occasione è stata la mostra “Giuseppe Verdi e i Pittori della Musica”. Lo stupore è stato scoprire una fantastica biblioteca, situata nel cuore di Brera a Milano: soffitti a cassettoni, saloni immensi, antiche librerie in legno pregiato straripanti di libri preziosi, magnifici e sfavillanti lampadari in cristallo.
La Biblioteca Nazionale Braidense ha sede in un imponente edificio, costruito dai gesuiti nel XVII secolo. La sua costituzione avvenne nel 1770, quando l’imperatrice Maria Teresa d’Austria decise di donare alla città di Milano la ricca biblioteca del conte Carlo Pertusati (circa 24.000 volumi a carattere storico-letterario). L’iniziale nucleo librario venne integrato dal Fondo del Collegio Gesuitico ed in seguito ampliato dall’acquisto di circa 14.000 volumi di medicina, chirurgia, anatomia e botanica, appartenuti ad Albrecht Von Haller, un famoso medico di Berna.
Alla sua apertura al pubblico, avvenuta nel 1786, la Braidense poteva vantare una raccolta bibliografica molto ampia e differenziata in ogni disciplina. Accanto a corali miniati si affiancavano opere storiche e letterarie, teologiche, giuridiche, di medicina e di consultazione generale. Durante il XIX secolo la Biblioteca si arricchì di numerose, importanti raccolte: la più preziosa è senza dubbio quella manzoniana, donata alla Braidense da Pietro Brambilla, nipote dello scrittore. Giunta a Brera tra il 1885 e il 1886, la collezione comprende 200 manoscritti, 250 volumi con postille del Manzoni e un carteggio di circa 5.000 lettere.
Nel 2004 è stato depositato nell’antica biblioteca milanese l’Archivio Storico Ricordi che è possibile consultare nella Sala Manzoniana, sala adibita alla lettura dei manoscritti.
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LA SETTIMA ARTE
a cura di Loretta Eller



SONO SOLO FANTASMI
di Christian De Sica

Un genere completamente nuovo per l’Italia: la “horror comedy”. Sono solo fantasmi di Christian De Sica tenta una strada molto impegnativa, trovare i giusti toni per unire insieme la capacità di mettere paura con quella di far ridere.
Nicola Guaglianone, coautore del soggetto, afferma che sono partiti da un omaggio all’americano Ghostbuster del 1984 di Ivan Reitman per rivisitarlo nell’immaginario italiano e nelle superstizioni tipiche napoletane. Dunque Sono solo fantasmi è una commedia di genere horror in cui ci sono elementi caratteristici della commedia italiana.
Thomas (Christian De Sica) mago romano in bolletta e Carlo (Carlo Buccirosso), napoletano sottomesso a moglie e suocero settentrionali, sono due fratellastri che si incontrano dopo anni a Napoli per la morte del padre Vittorio, giocatore incallito e donnaiolo. Scoprono di avere un terzo fratello, Ugo (Gian Marco Tognazzi) apparentemente un po’ tonto, ma in realtà un piccolo genio. A causa dei debiti paterni, l’eredità da loro agognata non esiste. I tre hanno un’idea: sfruttare la superstizione e la credulità napoletana improvvisandosi acchiappafantasmi...
Il vero nucleo del film è costituito dalla tradizione cinematografica italiana. Non a caso il padre dei protagonisti si chiama Vittorio. Vittorio De Sica e i suoi film, la sua Napoli, sono rievocati con forte empatia e credibilità. Vittorio De Sica, padre di Christian, ma anche padre del Neorealismo, è stato artefice del passaggio dal “Neorealismo rosa” alla vera “Commedia all’italiana”.
Sono solo fantasmi è insieme commedia degli equivoci e dramma napoletano, con guizzi originali nell’horror-thriller.
Nelle scene horror la regia è stata curata da Brando De Sica.

 

FESTA DEL CINEMA DI ROMA
Quattordicesima edizione/17/27 ottobre 2019

La protagonista dell’immagine ufficiale della quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma è la prima grande diva della storia del cinema: GRETA GARBO. Fu definita “divina” per la perfezione dei lineamenti e il fascino misterioso. Negli anni Venti si impose come icona di bellezza e di carisma in tutto il mondo attraverso la settima arte. Il manifesto che rappresenta l’evento del 2019 è tratto da uno scatto realizzato durante le riprese del film “Il Bacio” (The Kiss) del 1929.
La Selezione Ufficiale della Festa del Cinema ospita 33 film nell’intento, secondo il direttore artistico Antonio Monda, di offrire sia qualità che eccellenza in tutte le espressioni cinematografiche. Cinema indipendente, di genere, autori affermati, registi emergenti, animazione e documentari, Incontri Ravvicinati con autori e attori italiani ed internazionali, Retrospettive ed omaggi comporranno il programma della manifestazione. Sono stati realizzati due nuovi format: Duel e Fedeltà/Tradimenti e naturalmente Alice nella Città organizzerà una rassegna di film per ragazzi.
Il Premio alla Carriera quest’anno andrà a Bill Murray, uno degli attori più anticonvenzionali e amati dal cinema  americano e a Viola Davis, Oscar come miglior attrice non protagonista nel 2017 in “Barriere” di Denzel Washington. Martin Scorsese, premiato alla Carriera lo scorso anno, ha scelto Roma e la Festa del Cinema per presentare il film più atteso dell’anno “The Irishman”. Mentre il magnifico noir “Motherless Brooklyn” (I segreti di una città) di Edward Norton aprirà la kermesse.
Nella Selezione Ufficiale sono proposte opere italiane diversissime tra loro e sarà il film di Cristina Comencini “Tornare” a chiudere la Festa.
Infine tra i numerosi Incontri Ravvicinati ripercorrerà le tappe della sua carriera John Travolta.
La quantità e la qualità della partecipazione di star nazionali e internazionali, ha affermato Antonio Monda, sono l’ennesima prova del fatto che gli attori partecipano alla Festa, non solo per il red carpet o la prima di un film,  ma per condividere con gli spettatori il loro amore per il cinema.

FESTA DEL CINEMA DI ROMA
Quattordicesima edizione/17/27 ottobre 2019
Conclusioni

Tornare” di Cristina Comencini è stato il film di chiusura della Festa del Cinema di Roma 2019. Sul Red Carpet hanno sfilato la cineasta romana e la protagonista del film Giovanna Mezzogiorno. Il lungometraggio è un viaggio nell’inconscio e un viaggio nel tempo, i ricordi si sovrappongono, il passato, il presente e il futuro sono tra loro intrecciati. “Tornare” è decisamente un film coraggioso e di grande fascino.
Sorprendente è stata la votazione degli spettatori sui film in programma nelle Selezione Ufficiale per il “Premio del Pubblico BNL”, la scelta è caduta su “Santa Subito” di Alessandro Piva. Il docufilm racconta la storia di Santa Scorese che la sera del 15 marzo del 1991, al rientro a casa, viene uccisa dal suo persecutore, quando ancora la società dell’epoca non era preparata ad affrontare reati di genere e lo stalking. Il regista sostiene che quello di Santa è «un paradigma di troppe altre storie dallo stesso finale: il mio piccolo, personale appello affinché le donne siano lasciate meno sole, quando si ritrovano in balia di una psicosi travestita da amore».
Durante gli Incontri Ravvicinati il pubblico della Festa ha potuto dialogare con il regista e critico parigino dei “Cahiers du Cinéma” Olivier Assayas, che ha approfondito i temi della Nouvelle Vague e di come quest’ultima ha cambiato il cinema francese. Tra gli altri numerosi Incontri, Bernard Tavernier, cineasta, sceneggiatore e critico cinematografico, profondo conoscitore del cinema americano, ha incantato il pubblico e i giornalisti disquisendo sul cinema di Renoir, Bresson e Clouzot.
È approdato alla 14.ma Festa del Cinema di Roma il nuovo attesissimo film di Martin Scorsese: “The Irishman”. Il grande regista statunitense filma una saga epica sulla criminalità organizzata nell’America del dopoguerra. La storia è raccontata attraverso gli occhi di Frank Sheeran, veterano della Seconda Guerra Mondiale, sicario che ha lavorato per le più importanti figure del XX secolo. “The Irishman” è tratto dall’omonimo libro di Charles Brandt, basato su uno dei più grandi misteri irrisolti della storia americana: la scomparsa del leggendario sindacalista Jimmy Hoffa e i segreti e i meccanismi del crimine organizzato e le connessioni con la politica dell’epoca.
Per i più piccini, ma anche per chi è rimasto un po’ bambino, la sezione Alice nella Città ha presentato, tra gli altri, un lungometraggio animato eccezionale: “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, adattamento cinematografico, realizzato in animazione tradizionale, dell’omonimo e celebre romanzo per ragazzi di Dino Buzzati. Lo scrittore e illustratore lo pubblicò nel 1945, a puntate, sul Corriere dei Piccoli. Il film è diretto da Lorenzo Mattotti, uno degli illustratori e fumettisti italiani più famosi. Il cast vocale è notevolissimo, nella versione animata ci sono le voci di attori come Servillo, Albanese, Corrado Guzzanti e Andrea Camilleri che con la sua inconfondibile voce ha doppiato il personaggio del Vecchio Orso.
Lorenzo Mattotti è stato premiato per la migliore regia ad Alice nella Città 2019.

 

MARTIN EDEN
di Pietro Marcello

Martin Eden è stato presentato alla 76ma Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia (2019), dove Luca Marinelli ha ricevuto il prestigioso premio Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.

Il film è liberamente tratto dall’omonimo romanzo scritto da Jack London nel 1909. Pietro Marcello si confronta con un noto caposaldo della letteratura del Novecento. Il suo cinema anticonvenzionale ben si attesta sullo spirito del capolavoro di London, il cui punto focale è di denuncia sociale: coloro che hanno creduto nella cultura come strumento di emancipazione ne sono poi rimasti delusi. Ma il cineasta si rifiuta di essere fedele al contesto storico e geografico del romanzo, per raccontare la storia in un’Italia fuori dal tempo, mescolando tutte le epoche del Novecento italiano.

Martin Eden (Luca Marinelli) è un giovane marinaio coraggioso, ma di modeste origini e poco istruito. Dopo aver salvato in una rissa un giovane ragazzo dell’aristocrazia napoletana, viene invitato nella sua casa. Qui conosce la sorella Elena Orsini (Jessica Cressy), giovane colta e ricca, se ne innamora e decide di raggiungerla socialmente iniziando la sua scalata culturale. Martin, grazie alla sua forte volontà, inizia a scrivere, ma viene rifiutato sia dagli editori, sia dalla famiglia di Elena ed infine dalla stessa ragazza. L’incontro con Russ Brissenden (Carlo Cecchi), un vecchio intellettuale, lo porterà a conoscere e frequentare i circoli socialisti e a comprendere ogni questione politico-sociale, entrando in conflitto con il mondo borghese di Elena.

A Venezia il film ha ricevuto nove minuti di applausi. La pellicola di Pietro Marcello non ha altri modelli se non se stessa, mescola sequenze d’archivio con il nuovo girato, rappresenta conflitti sociali e forti passioni personali. Un film originale, emozionante, ambizioso.

Luca Marinelli è un eccellente Martin Eden, riesce a far vibrare il suo personaggio con tutte le sfumature della passione umana.
Le immagini filmiche sono accompagnate da un’eclettica colonna sonora: si alternano “Voglie Turnà” di Teresa De Sio, “Piccerè” di Daniele Pace, con le musiche di Debussy. Un mix sonoro coinvolgente che accompagna immagini del presente e del passato caratterizzanti la pellicola di Pietro Marcello.

Il film è stato selezionato per la candidatura all’Oscar come miglior film straniero.





CAPTIVE STATE
Rupert Wyatt

“Captive State” è un film di fantascienza: più che una storia di invasione aliena è una storia di “occupazione” aliena.
Il regista Rupert Wyatt, per questo soggetto originale, ha preso spunto da ciò che sta accadendo oggi nel mondo dal punto di vista politico, sociale e ambientale, immaginando una situazione in cui le libertà civili sono state negate e la tecnologia è decisamente regredita.
“Temi i greci che portano i doni” è la battuta che si scambiano due personaggi nel film, è un riferimento all’Iliade di Omero, un riferimento sottile che rimanda al Cavallo di Troia, uno stratagemma di Ulisse che permise ai greci di vincere la lunghissima guerra di Troia. Capiremo solo alla fine del film il significato nascosto nella frase premonitrice.
“Captive State” è ambientato nel 2025, nove anni dopo l’invasione aliena. Chicago è ormai una città in rovina, la popolazione è governata da extraterrestri che vivono sottoterra nella “zona chiusa”, un’area immensa simile al muro di Berlino o alla Green Zone irachena. Vige un regime totalitario che controlla le libertà civili fondamentali e l’esistenza stessa delle persone. Gli invasori hanno reso inutilizzabili tutte le apparecchiature elettroniche e digitali, rendendo impossibile all’umanità ogni comunicazione. Gli umani si sono arresi al potere alieno, la polizia e il governo collaborano con loro, permettendo ai conquistatori i saccheggi di risorse naturali della Terra, che sta tornando a un nuovo Medioevo, avviandosi inevitabilmente verso l’estinzione.
Wyatt racconta la storia attraverso gli occhi di due fratelli, il maggiore, scomparso misteriosamente, fa parte di un piccolo gruppo di dissidenti rivoltosi che combattono e tentano di fermare il potere alieno.
Personaggi chiave del film sono il poliziotto William Mulligan (un magnifico John Goodman) che lavora nell’ombra per la dittatura aliena e Jane Doe (Vera Farmiga) prostituta colta e coraggiosa.
Il regista segue ogni singolo personaggio della pellicola realizzando una storia simile ad una grande ragnatela, ogni singolo legame rappresenta un filo, assume un significato.
“Captive State” è un film di fantascienza dove li alieni sono, nelle immagini, solo marginali, costante è invece una sensazione di oppressione che rimanda alla storia di ogni dittatura, di ogni occupazione, di ogni tentativo di repressione della libertà.
La suspance, la tensione e l’epilogo imprevedibile della storia sono magistralmente sottolineati dalla straordinaria colonna sonora di stampo elettronico composta da Rob Simonsen.





A PRIVATE WAR
di Matthew Heineman

Il biopic “A Private War” racconta la vera storia di Marie Colvin (interpretata da una straordinaria Rosamund Pike), reporter di guerra per il britannico Sunday Times, dal 1985 fino alla sua morte nel 2012.
Colvin aveva visto da vicino e documentato la guerra in Cecenia, in Kosovo, gli scontri armati in Sierra Leone e in Sri Lanka e intervistato alcuni leader mondiali. Sua era stata la prima intervista a Gheddafi, dopo l’inizio della Primavera Araba nel 2011.
Colvin ha salvato la vita a migliaia di persone e ha vinto qualsiasi premio giornalistico.
Non descriveva solo gli orrori delle guerre, ma costringeva tutto l’Occidente a rispondere delle sue responsabilità.
Per Marie Colvin il mestiere di giornalista era sacro: «il nostro ruolo è quello di dire sempre la verità, anche in faccia al potere». Diceva ancora: «le persone di cui parlo non sono solo numeri, voglio raccontare le loro storie, tutte quante, una per una». La sua era una “guerra privata”, una missione nei confronti dei “senza voce”.
Mattew Heineman nel suo biopic ci propone di vedere la guerra come la vedeva Marie Colvin: gli effetti devastanti su persone del tutto innocenti. Gli stessi effetti psicologici della guerra subiti dalla reporter, vittima di una sindrome post traumatica, che la costringeva a rivedere continuamente gli orrori della guerra, moltiplicando le immagini ad ogni nuovo conflitto.
Ma per l’inviato di guerra il conflitto bellico è come una droga e la Colvin decideva sempre di tornare in prima linea, pur essendo consapevole di correre rischi mortali. «Ti ritrovi in posti dove sai che puoi essere ucciso, o qualcuno può essere ucciso».
Nello Sri Lanka (2001) Marie Colvin perderà un occhio, colpita dalle schegge di una bomba. Lo coprirà con una benda nera da pirata e diventerà il look di una donna forte, pronta alla battaglia, di una donna che è diventata leggenda.
Marie Colvin è morta all’età di 56 anni il 22 febbraio 2012 a Homs in Siria, insieme al suo fotografo di fiducia Rémi Ochlik, durante un’offensiva dell’esercito locale nei confronti dei civili.
In questo scenario apocalittico Heineman rappresenta sullo schermo, con indubbia maestria, il terrore dei bombardamenti, l’insistere del rumore delle bombe, l’angoscia, la mancanza di cibo, di medicinali, infine l’orrore e la morte.
Il film di Heineman è il fedele adattamento cinematografico dell’articolo “Marie Colvin’s Private War”, uscito nel 2012 su Vanity Fair, scritto da Marie Brenner.
Per la colonna sonora Annie Lennox ha composto e cantato il suo nuovo brano “Requiem for a Private War”, candidato ai Golden Globe 2019.





FESTA DEL CINEMA DI ROMA
Tredicesima edizione
18/28 ottobre 2018

La Festa del Cinema 2018 si apre nel segno del “noir”. Esplicativo il suo poster ufficiale: Peter Sellers ritratto nei panni del suo personaggio più conosciuto, l’ispettore Jacques Clouseau, protagonista della fortunata serie La Pantera Rosa. Nell’immagine ufficiale della Festa il celebre fotografo Terry O’Neill ha colto tutta l’ironia dell’attore nell’impersonare il famoso ispettore, realizzando una foto di grande impatto visivo. Il poliedrico attore britannico sarà inoltre il protagonista di una retrospettiva a cura di Mario Sesti.
Per la quarta volta il Direttore Artistico Antonio Monda, fuori dagli schemi del concorso, ha organizzato con il suo staff una kermesse cinematografica per un pubblico vario e trasversale.
La selezione dei film è di grande qualità, internazionale. Un’importante major hollywoodiana ha scelto la Festa per lanciare in prima mondiale Millennium: Quello che non uccide. I due Premi alla Carriera andranno a Isabelle Huppert e a Martin Scorsese. L’attrice australiana, due volte Premio Oscar, Cate Blanchett sarà la protagonista di un Incontro Ravvicinato con il pubblico, in cui racconterà la sua vita di artista, ma illustrerà anche la sua attività quotidiana nell’ambito di iniziative sociali e ambientaliste. Altro Incontro Ravvicinato sarà dedicato all’affascinante attrice newyorkese Sigourney Weaver, ricordata nell’immaginario collettivo per il suo ruolo da protagonista in Alien. Ancora due donne di talento, le due sorelle Alba e Alice Rohrwacher, la prima attrice, la seconda regista e sceneggiatrice, per un Incontro Ravvicinato che chiuderà l’evento.
È necessario e imprescindibile che il cinema sia anche testimonianza e soprattutto memoria, dunque alla Festa si proietteranno tre documentari inediti sull’Olocausto e dediche a temi forti come il razzismo e la giustizia.
I Film della Vita e le Sigle che precederanno le pellicole saranno dedicate al “noir”. Bad Times at the El Royale è il lungometraggio, appartenente a questo genere, scelto per l’apertura della Festa del Cinema.
Ancora una volta l’Auditorium Parco della Musica sarà il magnifico scenario della manifestazione, ospitando proiezioni, incontri, eventi, mostre, concerti, convegni e dibattiti. Ma Roma tutta sarà coinvolta in altri luoghi e realtà culturali.

FESTA DEL CINEMA DI ROMA
Tredicesima edizione/18 - 28 ottobre 2018
CONCLUSIONI

Con le dieci giornate della Festa del Cinema di Roma 2018 è stata onorata appieno la Settima Arte, quella che ha il merito di concretizzare un rapporto simbiotico di dialogo e coinvolgimento con il pubblico. I film selezionali sono stati di alta qualità e massimo interesse. Ne citerò soltanto alcuni dei tanti da me visionati.
In apertura, alla Festa, è stata presentata una pellicola per la regia di Drew Goddard: “Bad Times at the El Royale”. Sette estranei, con un passato da nascondere, si incontrano nel fatiscente hotel El Royale a Lake Taoe, al confine tra California e Nevada. Il film è ambientato nel 1969 e il regista lo ha definito «la mia lettera d’amore per il cinema e la letteratura noir di quegli anni.» Lungometraggio molto godibile che mescola elementi di commedia e di thriller, con un cast di alto livello da Dakota Johnson a Chris Hemsworth, dal premio Oscar Jeff Bridges alla talentuosa cantante Cynthia Erivo.
Cate Blanchett, presente alla festa per gli Incontri Ravvicinati, è la coprotagonista de “Il Mistero della Casa del Tempo”, film di Eli Roth che racconta la magica avventura di un ragazzino di dieci anni. La storia è tratta dal famoso mistery per ragazzi “La pendola magica” di John Bellairs.
Il premio del pubblico BNL di Roma FF13 è stato vinto dal lungometraggio struggente “Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis. Castel Volturno, non lontano da Napoli, è un luogo fatiscente e rifugio degli ultimi. Maria (Pina Turco) trascorre, lungo il fiume, la sua esistenza senza sogni, senza desideri; si prende cura della madre (Cristina Donadio) ed è al servizio di una cinica donna ingioiellata (Marina Confalone). La giovane donna traghetta sul fiume donne incinte, donne disperate che vendono i propri figli. Sempre in compagnia del suo fedele pitbull, Maria non ha futuro. Ma quando tutto sembra perduto, la speranza si affaccia nella sua triste vita. “Il vizio della speranza” è un film potente, crudo, feroce, accompagnato dalla meravigliosa musica di Enzo Avitabile: suoni tribali africani si alternano a ballate napoletane. La colonna sonora scava dentro le immagini e conduce lo spettatore verso la miracolosa rinascita della giovane donna.
Con “The Old Man and The Gun” di David Lowery il mitico Robert Redford ha dato l’addio alla carriera di attore. Per il suo ultimo ruolo Redford ha scelto di impersonare Forrest Tucker, criminale americano famoso per aver trascorso la sua vita tra rapine in banca e rocambolesche evasioni: fuggì dal carcere ben diciotto volte. In questo film Redford fa il verso ai suoi personaggi più famosi, interpretando un bandito gentiluomo che non usa armi, non è violento, usa solo il suo indiscutibile fascino.
Ha concluso come Evento Speciale la 13.ma Festa del Cinema di Roma “Notti magiche” di Paolo Virzì. Estate 1990: la notte in cui la nazionale di calcio italiana è stata eliminata ai rigori dall’Argentina. Un noto produttore cinematografico viene ritrovato morto nelle acque del Tevere. I principali sospettati dell’omicidio sono tre giovani aspiranti sceneggiatori. “Notti magiche” è il racconto della loro avventura nell’ultima stagione gloriosa del cinema italiano. Virzì ci racconta, appassionatamente, la storia di un cinema, di un modo di fare cinema, che ormai è molto lontano. Il film è in parte autobiografico, in parte è il racconto di un’Italia e dell’immagine patinata di una Roma che non ci sono più. Il titolo dell’opera di Virzì è chiaramente una citazione della canzone ufficiale della Coppa del Mondo, cantata da Gianni Nannini e Edoardo Bennato, rimasta nel mito come “Notti magiche”.



THE OTHER SIDE OF THE WIND
di Orson Welles

L’ultimo film di Orson Welles, girato tra il 1970 e il 1976, è incompiuto ed è stato presentato, fuori concorso, alla 75ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

La tematica affrontata da Welles in The “The Other Side of the Wind” è solo in apparenza antitetica rispetto a quella degli altri suoi film.
È la storia dell’ultima notte di J.J. Jacke Hannaford (John Huston), un vecchio regista intento a girare un film a basso costo, deciso a rilanciarsi, dopo un periodo di esilio in Europa, nella più importante industria cinematografica: Hollywood.

Welles si riflette in un gioco di specchi in Hannaford, in lui si analizza, tracciando un amaro bilancio del proprio percorso artistico e dei suoi fallimenti umani. Hannaford-Welles è il regista che si identifica con Dio, plasmando gli eventi, dirigendo e controllando la realtà per arrivare al finale da lui scelto.
“The Other Side of the Wind”, pur essendo un film incompiuto, è certamente materiale prezioso per cinefili e appassionati di cinema d’autore.

Peter Bogdanovich, giovane attore nel film e amico di Orson Welles, ha lavorato per anni nella sistemazione delle cento e più ore di materiale girato, senza però trovare i fondi per la produzione della pellicola. Solo due anni fa Netflix ha finanziato tale operazione.
Un omaggio a un grandissimo regista americano che aveva esordito a soli venticinque anni, nel 1941, con un’opera prima che rimane ancora oggi un vero capolavoro, pietra miliare dell’arte cinematografica: “Citizen Kane” (Quarto Potere).





THE HAPPY PRINCE
L’ultimo ritratto di Oscar Wilde
di Rupert Everett

“The Happy Prince” è un film biografico, un inedito ritratto degli ultimi disperati mesi di un genio che è stato l’uomo più famoso della Londra vittoriana, il letterato idolatrato da una società che lo ha poi condannato.
Rupert Everett, attore, regista e produttore del lungometraggio, ha dedicato anni alla causa wildiana. Aveva già interpretato Oscar Wilde in una piéce teatrale: “The Giudas Kiss” a Londra, riscuotendo critiche entusiastiche.
Oscar Wilde, autore irlandese, famoso soprattutto per il suo romanzo “Il ritratto di Dorian Grey”, è rappresentato come un personaggio tragico, inviso alla società perbenista, abbandonato da tutti, tranne da quei pochi amici che gli resteranno fedeli fino alla fine. In lui c’è una ricerca disperata di redenzione e di rimorso nei confronti della moglie Constance (Emily Watson), per aver coinvolto lei e i suoi figli nello scandalo, dopo essere stato condannato alla prigione inglese a causa della sua omosessualità.
Wilde, esiliato a Parigi, povero e malato, ricorda altre epoche, altri luoghi, ricorda quando era l’uomo più famoso di Londra. Riallaccia il rapporto con il suo giovane amante Lord Alfred “Bosie” Douglas, che presto lo abbandona. Lo consola la sua grande passione: la scrittura. Racconta a due ragazzi di strada la fiaba della statua del principe felice (Happy Prince), che progressivamente si spoglia di tutto ciò che ha e che viene abbattuta insieme alla rondine che ha portato l’oro e le pietre preziose che lo rivestivano a coloro che ne avevano bisogno. Dio però chiede ad una angelo di consegnargli le cose più preziose della città: il cuore di piombo del principe e la rondine stessa. È quasi una metafora, un confrontarsi, un prepararsi alla morte imminente.
L’atmosfera ricreata nel film da Everett ha una luce crepuscolare, esterni piovosi, interni cupi e decadenti. Riferimenti pittorici (Henri de Toulouse-Lautrec e Monet) si alternano a inquadrature teatrali, care a Wilde.
La figura di Oscar Wilde è stata rivalutata nel 2017. Lo scorso anno, infatti, la Regina Elisabetta ha firmato un documento nel quale sancisce la fine di ogni forma di discriminazione per i cittadini degli Stati membri del Commowealth.



NOME DI DONNA
di Marco Tullio Giordana

Nina (Cristiana Capotondi), giovane ragazza madre, si trasferisce da Milano in un piccolo paese lombardo, dove ha trovato lavoro in una residenza per ricchi anziani. Questo mondo elegante cela però un segreto ambiguo e pericoloso. Nina lo scoprirà suo malgrado. Dovrà misurarsi con le sue colleghe ed affrontare il dirigente della struttura Marco Maria Torri (Valerio Binasco) per far valere i suoi diritti, la sua dignità.
Marco Tullio Giordana, regista di film come “La meglio gioventu” e “I cento passi”, esamina in “Nome di donna” il mai risolto problema delle molestie sul luogo di lavoro. Giordana indaga sulle conseguenze che una giovane donna affronta nel rivelare e denunciare una prevaricazione che lede la sua integrità fisica e morale. Nina soffre la solitudine, la mancanza di solidarietà delle altre donne che hanno subito la stessa sopraffazione, l’accusa di aver provocato l’occasione. Lei stessa ha paura di non farcela, ma è caparbia e determinata.
Il soggetto e la sceneggiatura sono di Cristiana Mainardi, che ha affermato di voler rappresentare in “Nome di donna” diversi gradi della sensibilità femminile, dunque personaggi con modi differenti di affrontare o rimuovere il problema, ciascuna con una percezione diversa e una personale soglia di tolleranza.



MADE IN ITALY
di Luciano Ligabue

Luciano Ligabue torna alla regia, a distanza di sedici anni dal suo secondo film “Da zero a dieci” del 2001; il suo debutto nel cinema era avvenuto con il lungometraggio “Radio Freccia” nel 1998, grande successo di pubblico e critica, già dal 2006 nell’Archivio cinematografico permanente del MOMA di New York.
Con “Made in Italy” Ligabue dichiara il suo amore frustrato verso il nostro Paese e lo fa anche attraverso la colonna sonora inserendo alcuni suoi brani inediti (“Made in Italy” è anche il titolo del suo più recente album).
Lo sguardo è quello di Riko (Stefano Accorsi), un uomo onesto che sente sfuggire la sua vita, tutto diventa precario: il lavoro, il futuro, i sentimenti. Ma Riko decide di lottare, di prendere in mano il suo destino. Vuole difendere e riconquistare il suo matrimonio, con lui ci sono gli amici sui quali può contare e, dopo tutto, un lavoro si può trovare anche all’estero.
Ligabue commenta: “Siamo tutti consapevoli che il cambiamento fa paura. Ma il cambiamento è un movimento naturale della vita, cambia il nostro modo di guardare le cose, più che gli eventi, è come noi reagiamo ad essi a produrre la nostra realtà”.
L’ispirazione per la storia di Riko è nata in Ligabue dalla sua straordinaria canzone “Non ho che te”:
L’inferno è solamente una questione temporale
A un certo punto arriva punto e basta
A un certo punto anch’io uso l’ingresso principale
E hanno detto avete perso il posto
È vero il mio lavoro è sempre stato infame
Ma l’ho chiamato sempre il mio lavoro…



IL PREMIO
di Alessandro Gassmann

Alessandro Gassmann, regista e attore, ne “Il Premio”, affronta l’essenza della genialità che, molto spesso, porta con sé i problemi della diversità. Il film è un roadmovie, è il viaggio di una famiglia per molti aspetti “diversa”.
Giovanni Passamonte (Gigi Proietti) è un anziano scrittore di fama internazionale, ha avuto molte mogli e molti figli ed è diventato un uomo cinico ed egocentrico. Quando gli comunicano che ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura decide di raggiungere Stoccolma in auto; lo accompagnano Rinaldo (Rocco Papaleo) suo assistente con Oreste (Alessandro Gassmann) e Lucrezia (Anna Foglietta), due dei suoi tanti figli sparsi per il mondo. Il lungo viaggio sarà pieno di incontri e di imprevisti, ma servirà finalmente a conoscersi e a cambiare il percorso delle loro vite.
Il grande Vittorio Gassmann - racconta il figlio – diceva spesso che, se avesse voluto, avrebbe potuto accettare tutti i premi alla carriera che gli offrivano e che avrebbe potuto girare il mondo, dormendo e mangiando gratis per tre anni, ma quei viaggi non li fece mai.
Questo è lo spunto da cui parte il film.
“Il Premio” diverte e commuove, gli attori sono tutti eccellenti, i duetti tra Gigi Proietti e Rocco Papaleo sono arguti e ben ritmati.
Alessandro Gassmann riesce a generare emozioni: questa è, per lui, la funzione primaria del cinema e del teatro.





QUANDO UN PADRE
di Mark Williams

Mark Williams, alla sua prima prova da regista, realizza un lungometraggio apparentemente solo in grado di far provare emozioni, di commuovere. In realtà quello che può sembrare a prima vista banale, un déjà vu, ci racconta qualcosa di più, ci dà motivo di riflessione.
Dane Jensen (Gerard Butler) è uno spregiudicato “cacciatore di teste”, un selezionatore di personale presso un’agenzia di collocamento di Chicago. L’uomo è completamente assorto nel lavoro, convinto in questo modo di dare alla sua famiglia il miglior tenore di vita possibile. In realtà si allontana sempre più dai suoi figli e da sua moglie (Gretchen Moll). Ma quando a suo figlio Ryan viene diagnosticata un’aggressiva forma di leucemia, Dane capisce che la sua famiglia ha bisogno di lui. Una lotta interiore attanaglia l’uomo. Ora deve sacrificare il lavoro per imparare a fare il padre. Le sue priorità sono cambiate. Il confronto con un maturo ingegnere (Alfred Molina) da ricollocare, che ha messo sempre davanti a tutto gli interessi della sua famiglia, lo farà riflettere. Così come le avveniristiche architetture dei palazzi di Chicago, che suo figlio Ryan sogna di progettare da grande, toccheranno profondamente la sua sensibilità.
Il lungometraggio di Mark Williams ricorda i film di una volta: semplice, essenziale, classico, elegante. Racconta un dramma famigliare in cui lo spettatore può identificarsi nel protagonista. Quando un padre non è mai banale, commuove onestamente nel raccontare avvenimenti di vita quotidiana, emoziona nel ricostruire un rapporto padre-figlio e nel rappresentare la forza di una famiglia unita.


BEATA IGNORANZA
di Massimiliano Bruno

È il tema del cambiamento dei rapporti umani nell’era di Internet quello affrontato in “Beata Ignoranza” dal regista Massimiliano Bruno.
Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gasmann) sono due professori di liceo con due personalità agli antipodi. Ernesto è un conservatore, tradizionalista nell’insegnamento, rigorosamente fuori della rete: non possiede un computer, il suo Nokia è del ’95. Filippo è un progressista sempre collegato al web, grande seduttore sui social network, ha creato un app per i suoi studenti al fine di rendere più facili le soluzioni matematiche.
Un tempo erano grandi amici, ma si sono allontanati a causa di un dissidio profondo ed ora si ritrovano ad insegnare nella stessa classe. Inevitabilmente gli scontri fra loro sono numerosi. Ma una ragazza, Nina (Teresa Romagnoli), tornata dal loro passato, li costringerà a sfidarsi: Filippo lascerà la rete, Ernesto proverà ad entrarci dentro. I due professori invaderanno l’uno la vita dell’altro per dimostrare la correttezza del loro pensiero. Arriveranno alla conclusione necessaria per trovare un giusto equilibrio tra la coscienza globale della rete e l’indifferenza di chi oppone resistenza all’epoca digitale.
Massimiliano Bruno afferma che il suo film si chiede, ci chiede: “vi sentite meglio on line oppure off line? Chi siete veramente? Voi stessi o il vostro alter ego? Stimate di più le vostre sconfitte reali o i vostri successi virtuali?”


SULLY
di Clint Eastwood

Clint Eastwood torna alla regia con un film che narra la vera storia di un eroe americano.
Il 15 gennaio 2009 Chesley Sullemberger, detto Sully, alla guida di un Airbus della US AIRWAIS decolla dall’aeroporto di La Guardia (NY) con 155 passeggeri a bordo, più l’equipaggio. Dopo pochi minuti uno stormo di uccelli impatta sui motori dell’aereo, mettendoli fuori uso. Sully deve prendere una decisione immediata. È impossibile raggiungere il più vicino aeroporto, è impossibile tornare indietro. Istintivamente il pilota tenta un rischioso ammaraggio sulle acque gelide del fiume Hudson. La manovra riesce e tutti sono salvi. Sullemberger è acclamato dalla gente e dai media come un eroe.
Sebbene l’operazione sia stata un successo, Sully, pilota di dimostrata esperienza, viene sottoposto ad uno scrupoloso processo da parte delle autorità aeronautiche. Nonostante la pressione delle compagnie assicurative, non riusciranno a dimostrare l’imperizia del pilota, ma verrà confermato che la manovra scelta era l’unica possibile per salvare i passeggeri.
Tom Hanks (Sully) incarna il “fattore umano” di fronte alla commissione d’inchiesta. È l’uomo e dunque l’eroe che, attraverso la sua esperienza, decide, nobile nel suo lavoro, attraverso le conoscenze professionali acquisite.
Eastwood, girando il film con la tecnologia IMAX, immerge lo spettatore nel pieno dell’azione, lo cala nella cabina di pilotaggio e nel silenzio e nelle turbolenze dopo l’esplosione dei motori.
Ma il merito del regista è soprattutto quello di non aver banalizzato l’eroe, seguendolo e narrando l’uomo di fronte al suo atto, alle ripercussioni di quest’ultimo, alla sua dimensione umana: Sully vuole tornare alla normalità, vuole dimenticare, vuole cacciar via i brutti pensieri.
La storia è appassionante, il ritmo incalzante.
Tom Hanks ci offre una grande interpretazione, affiancato da un ottimo Aaron Eckahart nei panni dell’assistente pilota.
Emozionante, alla fine del film, la testimonianza dei veri personaggi della storia.


FLORENCE FOSTER JENKINS (Florence)
di Stephen Frears

L’attrice americana Meryl Streep, già vincitrice di tre premi Oscar e diciannove nomination, ha presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma il nuovo film in cui è assoluta protagonista: FLORENCE FOSTER JENKINS.
La storia di Florence è la vera storia di una cantante d’opera, ereditiera ed esponente dell’alta società newyorkese, vissuta negli anni Quaranta e divenuta famosa per le sue scarse doti canore.
“Quella che Florence considerava una voce meravigliosa era ridicola per chiunque l’ascoltasse”.
Malgrado i suoi limiti realizzò il suo sogno. Con l’aiuto di suo marito, nonché manager, St. Clair Bayfield (Hugh Grant) e del talentuoso pianista Cosmé McMoon (Simon Helberg), riuscì ad esibirsi nel tempio della musica alla Carnagie Hall di New York.
Meryl Streep, nei panni di una Florence convinta delle sue qualità canore, non rende mai caricaturale il suo personaggio, bensì ne coglie il lato umano, la forza e l’ottimismo.
Il film diretto da Stephen Frears è un film raffinato, intelligente, moderatamente sarcastico.
La Streep affiancata da uno straordinario Hugh Grant (marito desideroso di non infrangere il sogno di Florence) offrono la miglior prova della loro arte recitativa.
Il lungometraggio di Frears denuncia il potere della critica e dei media compiacenti che tradiscono il pubblico scrivendo di una realtà illusoria. Ma in opposto ci illumina sul potere dei sogni, sull’amore e sulla volontà protettiva, sentimenti che aiutano a vivere e a sperare.
Indimenticabile una frase di Florence che, forse ignara della sua ridicolaggine canora, ma mossa da una passione sincera, afferma: “La gente può anche dire che non so cantare, ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato”.


MONEY MONSTER – L’ALTRA FACCIA DEL DENARO
Di Jodie Foster

“Il mondo del denaro è ormai fuori controllo. Quando le cose vanno male, non si capisce esattamente cosa sia successo, ma a pagarne le conseguenze è la gente comune”. Così commenta George Clooney, protagonista di “Money Monster”, il film presentato con successo al recente Festival del Cinema di Cannes.
La storia, un thriller adrenalinico, si dipana in tempo reale. Lee Gates (Clooney) è un noto broker e famoso presentatore della trasmissione televisiva “Money Monster”, in cui suggerisce ai telespettatori investimenti finanziari “sicuri”. Lo affianca la produttrice del programma Patty Fenn (Julia Roberts), che tiene in mano le redini del programma e parla nell’auricolare di Lee, suggerendogli cosa dire e fare in ogni attimo della trasmissione. Improvvisamente nello studio televisivo irrompe un uomo, Kyle Budwell (Jack O’Connell), che ha perso i soldi del suo investimento suggerito nel programma da Lee Gates, così come moltissimi altri telespettatori. Kyle sequestra Lee con le armi in pugno, vuole sapere le ragioni del crollo dei titoli da lui comprati in borsa. Lee e Patty, durante la diretta televisiva seguita da milioni di persone, sono costretti a lottare contro il tempo e la paura per trovare risposte ad una cospirazione nel mercato dell’alta tecnologia globale, che si muove alla velocità della luce.
A questo punto lo show televisivo si trasforma in qualcos’altro: melodramma, sofferenza, terrore; mentre intorno allo studio convergono i reparti speciali, i tiratori scelti e gli elicotteri delle forze dell’ordine.
Alla sua quarta esperienza dietro la macchina da presa, la talentuosa Jodie Foster afferma: “Ho messo nel mio Money Monster tutti gli ingredienti del cinema d’intrattenimento. Il cuore del film, però, è un altro: il fallimento dei protagonisti, che si ostinano a misurare in denaro il proprio valore e quello degli altri”.


ZONA D’OMBRA (CONCUSSION)
di Peter Landesman

È una storia vera che ripercorre il difficile cammino del brillante neuropatologo forense Bennet Omalu (Will Smith), immigrato negli Stati Uniti dalla Nigeria, che, dopo aver fatto un’importante scoperta nel campo della medicina, si scontra con una delle più potenti istituzioni americane.

Mike Iron Webster è stato uno dei più grandi giocatori di football dei Pittsburgh Steelers ed a soli cinquanta anni si trova sul tavolo delle autopsie del giovane patologo Omalu. Il medico intende scoprire cosa ha portato alla demenza e dunque alla morte un campione imbattibile. Omalu coraggiosamente, ostinatamente inizia una ricerca che lo porterà ad affermare che la malattia mentale di Webster è stata causata dai ripetuti, innumerevoli colpi subiti alla testa durante il gioco, che hanno provocato numerosissimi traumi cerebrali. La malattia si chiama Encefalopatia Cronica Traumatica e ben presto i suoi sintomi si presentano in altri giocatori. Una delle corporazioni più potenti d’America, la National Football League, quando Omalu, con la pubblicazione della sua scoperta, minaccia non solo i forti interessi ma la struttura stessa del gioco con la sua violenza, attacca ferocemente il medico calunniandolo, diffamandolo.

La storia del dottor Omalu è stata raccontata in un articolo del magazine “GQ” nel 2009 da Jeanne Marie Laskas, fornendo le basi per la sceneggiatura del film di Peter Landesman. Lo stesso Omalu ha commentato l’articolo: “Lei ha scritto di me come di un essere umano. Ricordo infatti che allora tutti i media parlavano di me in modo negativo. Ero l’alieno che lavorava per distruggere lo stile di vita americano. Quell’articolo ha determinato una svolta, improvvisamente la gente ha iniziato ad aprire la mente e il cuore a ciò che dicevo.”

Le corporazioni di football americane hanno tentato in ogni modo di impedire l’uscita del film “Zona d’ombra”.


OMAGGIO A ETTORE SCOLA

Tra tutti gli omaggi tributati al grande regista Ettore Scola, recentemente scomparso, il più significativo è indubbiamente la proiezione del film “Le Bal” (Ballando Ballando) all’Istituto Italiano di Cultura a Parigi. L’Italia insieme alla Francia ha voluto celebrare il rapporto intercorso, attraverso la cinematografia, tra il regista ed il pubblico francese. Il film, girato da Scola nel 1983 in una balera della periferia di Parigi, ripercorre, a passo di danza e senza dialoghi, quasi mezzo secolo di storia francese. Nel trascorrere degli anni mutano gli abiti, gli stili e gli arredi in sala, ma le persone comuni, ciascuna con i propri sentimenti e la propria vita, continuano ad incontrarsi il sabato sera per sognare… ballando.
La colonna sonora ripercorre cinquant’anni di canzoni celebri, non solo francesi, che sono il simbolo dello svolgersi di epoche diverse: dal Fronte Popolare, alla Seconda Guerra Mondiale, all’Occupazione, alla Liberazione di Parigi, al conflitto in Algeria, alle barricate del Sessantotto…
Scola, attraverso i brani musicali del film, raggiunge un vasto pubblico, permettendo loro una riflessione sulla propria vita e i grandi avvicendamenti storici e culturali.
Il desiderio del regista è quello di sperimentazione e innovazione nell’ambito cinematografico. La sua ricerca si concretizza perfettamente con “Le Bal”.

“Le Bal” di Scola nel 1984 è stato nominato all’Oscar come Miglior Film Straniero, nello stesso anno ha vinto i Premi César come Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Colonna Sonora. In Italia gli è stato assegnato il David di Donatello come Miglior Film, mentre al Festival di Berlino è stato insignito del Premio per la Miglior Regia.




TOMORROWLAND
IL MONDO DI DOMANI
Regia di Brad Bird
Produzione Disney

Il film è ispirato a “Tomorrowland”, un’attrazione creata a Disneyland, da Walt Disney nel 1955. Walt Disney era molto interessato ad un’idea di futuro e alle sue possibilità per realizzare un mondo migliore.
Casey Newton (Brittany Robertson), figlia di un ingegnere aerospaziale, è un’adolescente ottimista, avventurosa, con un debole per la NASA, portata per la tecnologia e l’astronomia. Il suo incontro con il maturo e ormai disilluso inventore Frank Walker (George Clooney) cambierà totalmente la vita di entrambi e quella del pianeta Terra. Un tempo Frank aveva avuto accesso ad un incredibile esperimento segreto che poneva le basi di un futuro migliore per tutta l’umanità. Era il 1964, Frank bambino (Thomas Robinson) arriva all’Esposizione Universale di New York, trascinando un’enorme borsa. Vuole presentare una sua invenzione, uno zaino-razzo che proietta il corpo in aria, facendolo volare (il Jet-pack). Ai suoi increduli occhi appare un immenso scenario avveniristico. La Word’s Fair, l’Expo newyorkese, copre una superficie di 2,6 chilometri quadrati di edifici e spazi pubblici, con 150 padiglioni occupati da paesi, città e industrie di tutto il mondo. Futurama delle Generals Motors è il padiglione più frequentato. In esso si potevano ammirare navette e stazioni spaziali, era stata costruita una meravigliosa città del futuro e fantascientifici prototipi di strane automobili. Frank vene respinto, lui e la sua invenzione, al desk degli inventori da un signore misterioso: David Nix (Hug Laurie), ma accolto da una bambina speciale: Athena (Raffey Cassedy) che lo conduce in una dimensione senza tempo: Tomorrowland. Quarantacinque anni dopo sarà Casey ad entrare magicamente in quel mondo fantascientifico, aiutata sempre da Athena (eternamente bambina) e da Frank, espulso molti anni prima dalla città del futuro.
Il lungometraggio di Brad Bird è un film di fantascienza che contiene in sé un messaggio socialmente e spiritualmente ambizioso: i sentimenti negativi quali il pessimismo e l’indifferenza si oppongono all’ottimismo e alla fiducia nel domani, ma solo questi ultimi conducono alla realizzazione di un mondo migliore.
Tomorrowland è anche un film di avventura, dove si alternano epoche diverse e dove convivono universi paralleli, ricco di colpi di scena e di effetti speciali straordinari. Una tra le sequenze migliori, tra le più sbalorditive, è quella della Tour Eiffel che si apre per lasciare uscire un razzo steampunk.
Sebbene sia un lungometraggio con finalità di intrattenimento, Tomorrowland invita a riflettere sulla drammatica situazione attuale del nostro pianeta e su un futuro distopico non troppo lontano, trattando l’argomento con lievità e ottimismo come si addice ad un film targato Disney.






CENERENTOLA
di Kenneth Branagh
Produzione Disney

Il regista irlandese Kenneth Branagh rielabora la favola che, nel 1950, fu il più grande successo di cinema d’animazione della Walt Disney Production.
La “nuova” Cenerentola è, nonostante gli abiti d’epoca, un’eroina dei nostri giorni, sicura di sé, fedele a sé stessa e ai suoi valori. La “vecchia” Cenerentola, bella e buona, ma fedele ad una visione conservatrice e maschilista dell’epoca, aspirava solo all’incontro con il principe e al matrimonio. Pur riportando la figura della protagonista in una dimensione attualizzata, Branagh ha comunque voluto mantenere un filo diretto con il vecchio cartoon, trasmettendo al pubblico di oggi un messaggio ancora valido di gentilezza e compassione.
Cenerentola che oggi ha finalmente un nome: Ella (Lily James), ha una sua vita felice, in una bella casa di campagna con il padre e la madre. Ella crede fortemente nei valori ereditati dalla madre: “Dove c’è gentilezza, c’è bontà e dove c’è bontà, c’è magia”. Non crede nella malvagità delle persone, non si sente vittima degli eventi negativi. La sua vita cambia completamente quando, dopo la morte della madre, il padre si risposa con una donna malvagia che ha due figlie gelose e, dopo la morte del padre, rimane vittima delle tre donne. Ella, soprannominata Cenerentola, diventerà la loro serva. Ma l’incontro nel bosco con un affascinante sconosciuto cambierà il corso della sua vita…
La grandiosità del film di Branagh è frutto anche della collaborazione con il premio Oscar Dante Ferretti che ha realizzato le magnifiche scenografie e con Sandy Powel (tre Oscar) che ha curato i costumi fedeli ai disegni animati del 1950. Per la scarpetta la Powel si è ispirata ad una vera piccola scarpa del 1890 trovata in un museo di Northampton, realizzata interamente in cristallo. Mentre i vestiti indossati dalla straordinaria Cate Blanchett (la matrigna) si rifanno agli abiti di dive come Marlene Dietrich e Joan Crawford.
Nella Cenerentola del 1950 la musica era un elemento fondamentale, indimenticabili “I sogni son desideri”, “Bibbidi-Bobbidi-Bu”, “Canta usignolo”. Nel lungometraggio di Branagh la musica, firmata dal compositore scozzese Patrick Doyle, non è meno importante. La mamma di Cenerentola canta alla sua bambina una ninna nanna folk “Lavender Blue”, che il regista ha scelto per il suo andamento sognante ed evocativo.




MR. TURNER
di Mike Leigh

Mike Leigh ha realizzato un film sugli ultimi venticinque anni di vita di J.M.W. Turner (1775-1851), eccentrico pittore britannico dell’epoca vittoriana, tra i più raffinati paesaggisti della storia dell’arte ottocentesca. Joseph Mallord William Turner, uomo rozzo, antipatico, capace di esprimersi solo attraverso grugniti, con un corpo sgraziato e pesante, legato affettivamente ad un padre ex barbiere che gli faceva da assistente, era viaggiatore instancabile, maestro della luce e dei luoghi. L’attore inglese Timothy Spall, che interpreta in maniera straordinaria la personalità variegata di questo grande artista, ha ricevuto, al Festival di Cannes 2014, la Palma d’Oro per il miglio attore protagonista. Turner frequenta l’aristocrazia terriera, è affascinato dalla natura, ma anche dalla scienza, dalla fotografia e da tutte le nuove scoperte e innovazioni tecnologiche che nella prima metà dell’Ottocento, soprattutto in Inghilterra, stavano modificando la vita di tutti i giorni. Vuole introiettare a tal punto la bellezza della natura fino a farsi legare all’albero maestro di una nave per poter restituire, attraverso la pittura, tutta la potenza del mare in tempesta. Membro anarchico della Royal Academy of Arts è stimato, ma anche deriso dai suoi colleghi per la sua arte troppo moderna. La sua vita privata, complicata da un’ex amante, due figlie adulte da lui volutamente ignorate, da una devota governante oggetto solo di interesse sessuale, si rasserena finalmente, negli ultimi anni, nel rapporto affettivo che Turner instaura con la vedova Booth, che gestisce una pensione sul mare a Margate nella contea del Kent. Il ritratto psicologico, realizzato da Mike Leigh, di questo artista tanto in anticipo sui tempi (l’impressionismo prima degli impressionisti), ci restituisce un Turner ossessionato, tormentato dalla ricerca della luce: che squarcia il buio, che si fa strada attraverso la nebbia, che appare all’alba e si perde nel tramonto. La luce per Turner rappresenta l’emanazione dello spirito divino. Questo il motivo per cui nei suoi ultimi quadri si concentra sui giochi di luce nell’acqua e sui riflessi del cielo e del fuoco. L’artista cerca un modo per esprimere la spiritualità sulla terra. È significativa l’ultima sua frase in punto di morte: “Il sole è Dio.”




BIG EYES
di Tim Burton

Il regista Tim Burton ci propone la storia vera ed incredibile di Walter Keane (Christoph Waltz) che, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, raggiunse in America un enorme successo come pittore di quadri, decisamente kitsch, che ritraevano bambini con grandi occhi spalancati e malinconici. Per quasi un decennio Keane costruì un’enorme bugia, una frode dell’arte contemporanea. La vera autrice dei quadri era la moglie Margaret (Amy Adams). Il plagio perpetrato da Walter Keane nei confronti della moglie era stato possibile in un’epoca in cui l’arte femminile non era presa in seria considerazione. Margaret acquisirà finalmente coscienza di sé e della passione per le sue opere, rivendicandole pubblicamente come sue.
Che cosa guardano gli occhioni luminosi e tristi di quei bambini? La risposta di Margaret sarà: “gli occhi sono lo specchio dell’anima”.
È un fatto innegabile che quei quadri conquistarono l’America entrando nelle case di attori, celebrità e gente comune. Ebbero pochi riconoscimenti positivi dalla critica dell’epoca, ma furono riprodotti in milioni di copie con ogni tecnica possibile, fino a divenire un esempio di arte di massa, anticipando Andy Warhol e la sua Factory.

Margaret Keane oggi ha 86 anni, vive alla periferia di San Francisco e dirige una galleria d’arte affermata.
Tim Burton le ha commissionato alcuni ritratti ed ha acquistato alcuni suoi quadri. Lo stesso regista, oltre al suo lavoro come cineasta, si dedica alla pittura e all’animazione. Big Eyes è un compendio di queste sue grandi passioni: il cinema e l’arte.




JERSEY BOYS
di Clint Eastwood

Clint Eastwood, al trentacinquesimo film da regista, dirige il suo primo musical: “Jersey Boys”. Tratto dall’omonimo, premiatissimo show di Broadway, racconta la storia di quattro ragazzi sconosciuti del New Jersey che, negli anni Sessanta, diventano “Frankie Valli e The Four Seasons”, un gruppo musicale che ha influenzato a lungo il pop, il rock e persino il jazz.
La storia ha inizio nei primissimi anni Cinquanta nel New Jersey italo-americano dove vive Francesco Castelluccio in arte Frankie Valli, un garzone di barbiere con una voce in falsetto sorprendente. Lo proteggono il boss del quartiere Gyp De Carlo (Christopher Walken) e Tommy De Vito (Vincent Piazza), giovane delinquente al soldo di De Carlo e chitarrista intraprendente, che organizza piccoli furti per finanziare il gruppo nascente. Si aggiungono a Tommy e a Frankie (John Lloyd Young, lo stesso attore-cantante interprete del musical di Broadway da cui il film è tratto), Nick Massi (Michael Lomenda) al basso e Bob Gaudio (Erich Bergen) autore delle canzoni e tastierista. Il successo giunge inaspettato e cresce durante gli anni Sessanta. I “Four Seasons” con la voce incredibile di Frankie Valli scalano le classifiche musicali con canzoni immortali quali “Sherry, Big Girl Don’t Cry”, “Bye, Bye Baby” e molte altre. Sulla scena incombe il Brill Building, il tempio newyorkese della musica pop, il tempio della storia della musica dell’epoca, lì dove nacque il nuovo sound. Il successo travolge i quattro della band e con esso emergono numerosi risentimenti covati nel corso degli anni. Lo scontro inevitabile avviene in una delle memorabili sequenze finali, a casa del boss mafioso De Carlo e mette a nudo le diverse personalità dei quattro artisti, determinando lo scioglimento del gruppo.
Uno stratagemma imprevedibile ci trascina e ci coinvolge durante le sequenze del film. I personaggi parlano direttamente alla macchina da presa rivolgendosi allo spettatore, ogni membro del gruppo racconta la storia dal suo punto di vista.
Eastwood ha realizzato un film che non può essere definito un musical tout court, ma indubbiamente ci ritroviamo immersi nell’atmosfera della musica pop degli anni Sessanta, rapiti da quelle avvincenti canzoni, dai ritmi vivaci, dai dialoghi sempre tersi e lucidi. Il regista, per dare maggiore empatia alla colonna sonora, ha fatto interpretare direttamente agli attori-cantanti dal vivo, davanti alla macchina da presa, gli intramontabili successi dei “Four Seasons”.




MALEFICENT
di Robert Stromberg
produzione Disney

La Disney presenta un fantasy 3D, prequel di “La Bella Addormentata nel Bosco” (classico film d’animazione del 1959): “MALEFICENT”. È la storia mai raccontata di una delle streghe più amate delle favole Disney. Malefica (Angelina Jolie, zigomi accentuati e affilati, corna ritorte, gigantesche, spaventose, potenti ali) è una fata dal cuore puro, che vive nella brughiera di un pacifico regno popolato da bizzarre creature. Il feroce tradimento del giovane Stefano (Sharlto Colpey), amato dalla fata, le indurirà il cuore. Quando Stefano, divenuto re del minaccioso regno confinante grazie al suo tradimento, avrà una figlia: Aurora (Elle Fanning), Malefica lancerà la sua maledizione.
Al compimento del sedicesimo anno la principessina sarà punta dall’ago di un arcolaio e si addormenterà per sempre. Tuttavia quando la piccola Aurora cresce curiosa, ottimista, innocente, ma non sprovveduta, Malefica comprende che soltanto lei potrà riportare la pace fra i due regni in guerra: il suo amore per la fanciulla è diventato profondo e contraccambiato.
Regista del film è lo statunitense Robert Stromberg, già supervisore agli effetti speciali e scenografo di “Avatar” e “Alice in Wonderland” (due volte Premio Oscar). Il neoregista rimane fedele al cartoon disneyano del 1959, realizzando per il suo fantasy un’ambientazione medioevale gotica di grande effetto visivo. Ma l’immagine iconica per eccellenza è quella di Malefica-Angelina Jolie, perfetta incarnazione della cattiva disneyana in ogni sua sfumatura.
La costumista Anna B. Sheppard (“Shindler’s List” e “Il Pianista”) per “Maleficent” ha realizzato con il suo staff più di duemila costumi, mentre la celebre canzone “Once Upon a Dream” è cantata in versione moderna e accattivante da Lana Del Rey.
Nel cinema fantasy gli attori, per mezzo degli effetti speciali, diventano sempre più simili ai cartoni animati. Dunque la Disney si orienta ancora una volta in questa direzione e per il 2015 realizzerà una versione aggiornata del suo capolavoro targato 1950: “Cenerentola”.





WALT DISNEY E L’ITALIA – UNA STORIA D’AMORE
Di Marco Spagnoli
Un prezioso documentario che racconta il legame speciale fra Walt Disney e il nostro Paese.

Tra il 1930 e il 1960 il papà di Topolino effettuò numerosi viaggi in Italia, questi viaggi sono documentati da materiale di repertorio proveniente dagli Archivi dell’Istituto Luce e della Mediateca RAI. Il regista Marco Spagnoli ha voluto offrire un omaggio a colui che con la sua fervida creatività ha insegnato ai bambini di tutte le generazioni la magia dei sogni. Il documentario, nato per accompagnare l'uscita in sala del film Saving Mr. Banks, è la testimonianza di un amore, quello che tutti noi abbiamo avuto, durante l’infanzia e oltre, per quelle storie e quei personaggi nati dalla genialità creativa di Disney, la cui filosofia artistica si riassumeva in una frase: “se puoi sognarlo, puoi farlo”.
Walt Disney e L’Italia - Una storia d’amore è arricchito da interviste ad attori, registi, cantanti, illustratori italiani che sono stati influenzati nella loro vita e si sono ispirati nella loro carriera al genio creativo disneyano.





L’ARTE DELLA FELICITA’
Film d’animazione di Alessandro Rak

Il lungometraggio d’animazione indipendente, italiano, rivolto ad un pubblico adulto, firmato dal fumettista e videomaker Alessandro Rak L’Arte della Felicità, ha aperto con successo la Settimana della critica al Festival di Venezia 2013.
In una Napoli battuta da una pioggia incessante, sotto un cielo plumbeo da apocalisse, fra montagne di immondizia, Sergio guida il suo taxi sconvolto e rabbioso. Pianista per vocazione, ha abbandonato la musica dieci anni prima, quando il fratello maggiore Alfredo, che suonava con lui il violino, è partito per il Tibet diventando monaco buddista. Alfredo aveva trovato nel buddismo il modo migliore per affrontare una malattia che lo avrebbe portato alla morte. Sergio, ignaro della grave malattia del fratello, non riesce ad elaborare il lutto per la sua perdita e chiude fuori dalla sua auto la vita che gli scorre intorno. Ma la vita lo raggiunge attraverso i suoi clienti. Con loro parla animatamente della vita, della morte, della religione, dei sentimenti di colpa, dei rimorsi. Sergio attraverso sogni, ricordi, flashback e memorie musicali riesce finalmente ad accettare e dare un senso alla morte del fratello, riappropriandosi così della propria esistenza.
Alessandro Rak, al suo debutto da regista, rivela un notevole talento nel realizzare un film d’animazione italiano che nulla ha da invidiare a quelli di altre nazioni. L’Arte della Felicità è stato realizzato a Napoli da un gruppo di giovani creativi e accompagnato da una colonna sonora appositamente composta da musicisti napoletani.
Il realismo del film si concretizza attraverso l’animazione in 2D, supportata da una tecnologia di computer grafica.




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